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La Biblioteca della casalinga

i libri al posto d'onore.. e le poesie sul comodino
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lacasalinga

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4/29/2008

a ME MI...

con buona pace della signora grammatica e di sua sorella sintassi
 
A ME MI PIACE...
 
A) Stare al calduccio sotto il piumone, osservando la neve che cade.
B) Il mare d'inverno, camminare sulla battigia, respirando il salmastro e osservare i gabbiani che si posano sulla sabbia davanti ai miei piedi.
C) Passare un intero pomeriggio in biblioteca, o in libreria, senza decidermi a scegliere i libri da portarmi a casa..
D) Sognare di vivere in un faro, lontano dal mondo, in un abbraccio infinito con l'elemento che è più congeniale.
E) andare con le figlie a mangiare un panino da Mac Donald.(ma non mi portano mai!!!)
 
ringrazio salmastro che mi ha passato la palla e la passo a mia volta a SGNAPPY
4/28/2008

LA CITTÀ DELLE ROSE

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Immagine di La città delle rose

DETTAGLI DEL LIBRO 

 

 Titolo: LA CITTÀ DELLE ROSE

Autore: DALIA SOFER

Traduttore: CATERINA LENZI

Editore: PIEMME
Data di Pubblicazione: 2008

ISBN-13: 9788838486906
Pagine: 318

 

LA TRAMA:

Un libro molto crudo, che parla ancora una volta degli orrori della guerra, della crudeltà di capi che usano la religione e anche assurde motivazioni per sfogare il loro odio, e giustificare quanto di più orribile può perpretarare un essere umano contro il suo simile, divenuto, improvvisamente, per un capriccio del destino “il nemico”!

Quattro persone che vivono qualcosa di immaginabile fino a qualche tempo prima:
Isaac, ebreo nell’Iran dopo la deposizione dello Scià,  che viene accusato di essere una spia, incarcerato, torturato, che cerca di restare lucido e fiducioso pensando al passato e augurandosi un futuro.
Farnaz, la moglie, incapace di reagire, ma paziente nell’attesa, anche quando scopre che la domestica che riteneva affezionata e fedele, le si rivolta contro adottando la nuova logica dell’ingiustizia sociale, sobillata dal figlio, fanatico assertore del nuovo regime..
Shirin, ancora troppo piccola, ma capace di un gesto tanto ingenuo, quanto rischioso, volto a salvare altre persone.
Ed infine Parviz, il figlio maggiore, mandato a studiare in America, dove conosce l’amarezza del profugo e dell’esule.
Una famiglia distrutta, come troppo spesso accade, dalla follia della guerra.


 

4/25/2008

IL CUSTODE DEL FARO

Immagine di Il custode del faro

DETTAGLI DEL LIBRO

TITOLO: IL CUSTODE DEL FARO
AUTORE: JEANETTE WINTERSON
TRADUTTORE: CHIARA SPALLINO ROCCA
EDITORE: 
MONDADORI
PAGINE: 239
ISBN: 
8804536748
DATA PUBBLICAZIONE: 2005

LA TRAMA DEL LIBRO:

Rimasta orfana, la piccola Silver viene adottata da Pew, un gentile e misterioso personaggio che vive nel faro di Cape Wrath. Nell'occuparsi teneramente di lei, Pew le racconta antiche storie incentrate sul desiderio, sullo sradicamento, sui legami e sulle assenze che segnano la nostra vita. Le racconta in particolare la storia di Babel Dark, un reverendo locale dell'Ottocento che ha vissuto due vite, una pubblica avvolta nell'oscurità e una privata immersa nella luce. Le storie di Pew si aprono sotto gli occhi di Silver come una mappa da seguire per penetrare nella propria oscurità. PiccolaUlisse dei nostri giorni, Silver comincia così un viaggio dentro le storie che ci raccontiamo, storie d'amore e privazione, di passione e desiderio.

UN BRANO DEL LIBRO:

 TU sei la porta scavata nella roccia che si spalanca quando la luna si illumina.
Tu sei la porta in cima alle scale che ci appare solo nei sogni.
Tu sei la porta che finalmente libera il prigioniero.
Tu sei la porta sul ciglio del mondo.
Tu sei la porta he si apre su in un mare di stelle.
Aprimi. Spalancami. Socchiudimi. Attraversami e qualsiasi cosa ci sia al di là, potrà solo essere raggiunta così.Da te. Ora.
In questo attimo isolato nel tempo che racchiude tutta una vita
.

4/13/2008

Foglie morte di Nazim Hikmet

 

FOGLIE MORTE

ippocastano d'autunno

Veder cadere le foglie mi lacera dentro
soprattutto le foglie dei viali
soprattutto se sono ippocastani
soprattutto se passano dei bimbi
soprattutto se il cielo è sereno
soprattutto se ho avuto, quel giorno, una buona notizia
soprattutto se il cuore, quel giorno, non mi fa male
soprattutto se credo, quel giorno, che quella che amo mi ami
soprattutto se quel giorno mi sento d'accordo con gli uomini e con me stesso
veder cadere le foglie mi lacera dentro
soprattutto le foglie dei viali dei viali d'ippocastani.
 
 
 Nazim Hikmet
3/29/2008

Un libro da leggere

Immagine di Le osservazioniLE OSSERVAZIONI di JANE HARRIS

Bessy Buckley si è svegliata presto stamattina, ha indossato il suo vestito migliore e si è avventurata sulla strada grande per Edimburgo. Attraversare la Terra del Diavolo, il pezzo di Scozia che unisce Glasgow a Edimburgo, non è una cosa semplice per una ragazza che ha quindici anni nel 1863. Ma Bessy è sveglia, così sveglia che deve averla fatta grossa a Glasgow, visto che, non appena ha scorto due poliziotti a cavallo, ha abbandonato la strada grande e si è precipitata nei sentieri di campagna. Davanti a un viottolo, indicato da un'insegna che diceva "Castello di Haivers", Bessy non ha esitato: l'ha imboccato. Dopo tutto, si è avventurata nella Terra del Diavolo per trovare lavoro presso una famiglia importante e magari sposare un giovane nobile...
Ma si trova a cercare di risolvere il mistero della morte della servetta che l'ha preceduta e a lottare con le stranezze della bella padrona..scorrevole e strano, da leggere senza grandi patemi d'animo...

3/10/2008

LA SINFONIA di Roberto Randisi

LA SINFONIA
 
Bruciano lontane le stoppie
della mia infanzia
e piccole fiamme ondeggiano
ai margini dei ricordi.
Giocando con la musica
La notte si avvicina.
 
Roberto Randisi
6/11/2007

LA DAMA E L'UNICORNO di TRACY CHEVALIER

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 Titolo  LA DAMA E L'UNICORNO
 AUTORE:Tracy Chevalier
 Traduzione di Massimo Ortelio
 ISBN 88-7305-936-3
 Pagine 288
 Euro 15,00
 Editrice Neri Pozza
 Collana I NARRATORI DELLE TAVOLE
 
 
L'AUTORE
Tracy Chevalier è nata a Washington. Nel 1984 si è trasferita in Inghilterra, dove ha lavorato a lungo come editor. Con La ragazza con l'orecchino di perla (Neri Pozza, 2000) ha ottenuto, nei numerosi paesi in cui il libro è apparso, un grandissimo successo di pubblico e di critica. Bestsellers internazionali sono stati anche i suoi romanzi successivi: Quando cadono gli angeli (Neri Pozza, 2002) e La dama e l'unicorno (Neri Pozza, 2003). La Vergine azzurra è il suo primo romanzo
 
 
LA TRAMA IN SINTESI
È un giorno della Quaresima del 1490 a Parigi, un giorno davvero particolare per Nicolas des Innocents, pittore di insegne e miniaturista conosciuto a corte per la sua mano ferma nel dipingere volti grandi come un'unghia, e al Coq d'Or e nelle altre taverne al di qua della Senna per la sua mano lesta con le servette di bell'aspetto.
Jean Le Viste, il signore dagli occhi come lame di coltello, il gentiluomo le cui insegne sono ovunque tra i campi e gli acquitrini di Saint-Germain-des-Prés, proprio come lo sterco dei cavalli, l'ha invitato nella Grande Salle della sua casa al di là della Senna e in quella sala disadorna, nonostante il soffitto a cassettoni finemente intagliato, gli ha commissionato non stemmi imponenti o vetrate colorate o miniature delicate ma arazzi per coprire tutte le pareti. Arazzi immensi che raffigurino la battaglia di Nancy, con cavalli intrecciati a braccia e gambe umane, picche, spade, scudi e sangue a profusione.
Una commissione da parte di Jean Le Viste significa cibo sulla tavola per settimane e notti di bagordi al Coq d'or, e Nicolas, che può resistere a tutto fuorché alle delizie della vita, non ha esitato un istante ad accettare.
Non ha esitato, però, nemmeno ad annuire davanti alla proposta di Geneviève de Nanterre, moglie di Jean Le Viste e signora di quella casa. Forse perché incantato dalle grazie di Claude, la giovane figlia dei Le Viste, una bellissima fanciulla dall'incarnato pallido, la fronte alta, il naso affilato e i capelli color miele, o forse perché intimorito dagli occhi neri come il ribes di Geneviève de Nanterre, Nicolas ha sorriso quando, nel chiuso della sua stanza, davanti a una finestra aperta che faceva da cornice a una splendida veduta di Saint-Germain-des-Prés, Geneviève gli ha ingiunto di non raffigurare cavalli, elmi o sangue sugli arazzi, ma una dama e un unicorno, simboli della seduzione, della giovinezza e dell'amore…


 ALCUNE PAGINE
Quando sono arrivato, il castaldo non mi ha condotto nel gabinetto privato di Jean Le Viste, la stanza tappezzata di carte geografiche dove sbriga gli uffici per il re o la corte, insieme agli affari di famiglia, bensì nella Grande Salle, dove i Le Viste ricevono e intrattengono gli ospiti. Non ci avevo mai messo piede. È  un lungo salone con un grande camino sulla parete opposta all’entrata e un tavolo di quercia al centro. A parte lo stemma di pietra sopra la cappa del camino e quello dipinto sulla porta, la sala appariva affatto disadorna, nonostante il soffitto a cassettoni finemente intagliato.
Tutt’altro che grandioso, ho pensato, guardandomi intorno. Benché le imposte fossero aperte, il fuoco non era stato acceso e quelle pareti spoglie rendevano l’ambiente ancora più freddo.
«Aspetta qui il padrone», ha detto il castaldo guardandomi accigliato. In quella casa gli artisti venivano trattati con rispetto o con disprezzo, a seconda dei casi.
Gli ho voltato le spalle e mi sono messo a guardare fuori da una finestra alquanto stretta da cui si aveva però un’ottima vista dei campanili di Saint-Germain-des-Près. Alcuni dicono che Jean Le Viste abbia scelto quella casa proprio per dare la possibilità alla pia consorte di fare un salto in chiesa ogni volta che lo desidera. Una porta si è aperta alle mie spalle e mi sono subito voltato, pronto all’inchino. Era solo una servetta che, vedendomi così curvato, ha sogghignato. Mi sono raddrizzato senz’altro e sono rimasto a guardarla mentre attraversava la sala con un secchio che le sbatteva sulla gamba. Si è inginocchiata e ha iniziato a togliere la cenere dal focolare.
Che fosse lei? Mi sono sforzato di ricordare, ma era buio quella notte dietro le stalle. Era un po’ ingrassata e le sopracciglia folte le davano un’espressione arcigna però aveva ancora quel visetto dolce. Valeva la pena di scambiare qualche parola.
«Aspetta un momento», le ho detto quando si è tirata su a fatica e si è avviata verso la porta. «Siediti un poco a riposare i piedi. Voglio raccontarti una storia».
La ragazza si è fermata di colpo. «La storia dell’unicorno, forse?»
Era proprio lei. Ho aperto la bocca ma non ho fatto in tempo a rispondere perché la servetta mi si è parata dinanzi. «Lo dice la storia che la donna si ritrova col pancione e rischia di perdere il posto? E così che va a finire?»
Ecco perché era ingrassata. Mi sono rimesso a guardare fuori dalla finestra. «Dovevi stare più attenta».
«Non avrei dovuto darti retta, ecco cosa avrei dovuto fare. Avrei dovuto ficcarti quella linguaccia su per il culo».
«Ora vattene, santarellina. Tieni». Mi sono frugato nella tasca e ho tirato fuori una manciata di monete, gettandole sul tavolo. «Per il bambino».
La ragazza ha fatto un passo indietro e mi ha sputato in faccia. Quando ho finito di ripulirmi gli occhi dalla saliva era scomparsa. Insieme alle monete. Subito dopo è entrato Jean Le Viste, seguito da Léon Le Vieux. La maggior parte dei signori si serve di mercanti come Léon, in qualità di mediatori, per tirare sul prezzo, stilare il contratto, fornire un anticipo e i materiali necessari, assicurarsi che il lavoro vada a buon fine. Mi era già capitato di trattare col vecchio mercante: per lo stemma che avevo dipinto sulla cappa di un camino, per l’Annunciazione in camera della moglie di Jean Le Viste e per le vetrate colorate nella cappella del loro castello, vicino a Lione.  I Le Viste vedono assai di buon occhio Léon. Io lo rispetto ma non riesce a piacermi. Appartiene a una famiglia che un tempo era giudea. Non ne fa segreto, anzi ha usato la cosa a proprio vantaggio, poiché anche la famiglia di Jean Le Viste è molto cambiata nel corso degli ultimi anni. E per questo che Jean predilige Léon: sono entrambi di umili origini ma hanno trovato un posto al sole. Naturalmente Léon non manca di andare a messa due o tre volte alla settimana a Notre-Dame, dove molti lo possono vedere, così come Jean Le Viste si atteggia a esponente della più pura nobiltà, commissionando opere d’arte per la sua casa, offrendo sontuosi ricevimenti, inchinandosi e strisciando dinanzi al suo re. Léon mi guardava, ridendo sotto la barba, quasi avesse scorto una scimmia appollaiata sulla mia spalla. Mi sono gi rato verso Jean Le Viste. «Bonjour, Monseigneur. Desideravate vedermi». Ho fatto un inchino così profondo che mi pulsava la testa. Un bell’inchino non fa mai male.
Pare un’accetta la mascella di Jean Le Viste, i suoi occhi sono lame di coltello. Guizzavano qua e là nella stanza. Alla fine si sono posati sulla finestra alle mie spalle. «Intendo discutere di un lavoro con voi, Nicolas des Innocents», ha detto, rimboccandosi le maniche della veste ornata di pelliccia di coniglio e tinta del rosso cupo tipico degli avvocati. «Per questa stanza».Mi sono guardato intorno, senza far trapelare alcuna impressione. Conviene sempre quando si è davanti a Jean Le Viste. «Cosa avete in mente, Monseigneur?»
«Arazzi».
Non mi era sfuggito l’uso del plurale. «Forse una coppia di stemmi con le vostre insegne, da appendere ai due lati della porta?»
Jean Le Viste ha fatto una smorfia e io mi sono pentito di aver parlato.
«Voglio coprire di arazzi queste pareti».
«Tutte?»
«Sì».
Ho rifatto il giro della sala con lo sguardo questa volta con più attenzione. La Grande Salle era lunga non meno di dieci passi e larga cinque. I muri fatti della pietra di qui, grigia e ruvida, erano molto spessi. Su una delle pareti lunghe si aprivano tre finestre, mentre quella in fondo era occupata per metà dal camino. Per tessere gli arazzi necessari  a rivestire la stanza un artigiano avrebbe impiegato parecchi anni.
«Quale soggetto desiderate, Monseigneur?» Avevo già disegnato un arazzo per Jean Le Viste, uno stemma, ovviamente. Non era stato difficile ingrandire lo stemma dandogli le dimensioni di un arazzo e disegnando un po’ di vegetazione come sfondo.

I FIORI DEL MALE di Rani Manicka

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 Titolo: I FIORI DEL TEMPIO
 Autore: RANI MANICKA
 Traduttori: Colombo A., Frezza Pavese P.
 Editore: Mondadori
 Data di Pubblicazione: 2006
 Collana: Omnibus
 ISBN: 88-04-56053-3
 Pagine: 391
 Reparto: Narrativa straniera

 

 

 

IN SINTESI
Bellissime e innocenti, uguali come due gocce d'acqua, le giovani sorelle Nutan e Zeenat vivono indisturbate sull'isola di Bali immerse in una natura rigogliosa, nell'incanto di colori e profumi esotici. La vita scorre tranquilla sotto la protezione dell'adorata nonna Nenek, che tutti al villaggio considerano una strega perché parla con gli spiriti e cura con gli incantesimi; finché all'improvviso, dopo la morte della madre, le due ragazze sono costrette a trasferirsi a Londra. Una sera, durante l'inospitale inverno cittadino, la loro vita si incrocia quasi per caso con quella di Ricky, un uomo enigmatico e trasgressivo che le trascina in un suo mondo fatto di eccessi e decadenza. Ricky ha stretto un patto di sangue con un'implacabile dea, con la promessa di erigere un tempio dove condurre le anime perdute in cambio di potere e ricchezza. Un luogo in cui il destino di Nutan e Zeenat si unisce fatalmente a quello di altri personaggi fragili e dissoluti: Elizabeth, algida bellezza che custodisce un tremendo segreto; Anis, pittore tormentato che sa penetrare nell'animo delle persone ritratte più di quanto sappiano fare loro stesse; Maggie, giovane prostituta che non rinuncia a inseguire il sogno dell'amore romantico... Ciascuno si affaccia a turno sulla pagina per raccontare in prima persona, con una sincerità disarmante, la propria discesa agli inferi in un mondo parallelo in cui nulla è come sembra e tutto è concesso in un conturbante gioco specchi. E niente sarà più come prima.

ALCUNE PAGINE
L'alba faceva capolino dalle colline quando aprii le minuscole porte di legno dell'antico altarino di casa. Nelle nicchie deposi cestini di foglie di cocco pieni di frutta, fiori e dolciumi.
Su alberi e cespugli tutto era immobile e silenzioso.
accesi i bastoncini d'incenso, chiusi gli occhi nell'aria fresca e fragrante e unii le palme delle mani, e il mondo scomparve. Sarei potuta restare così per un'ora intera, se non fosse stato per un inaspettato scoppio di risa infantili al di là del giardino. Nell'eco di quel suono, per un istante, colsi il suo bagliore.
Mi destai di colpo!
Non era lei. Certo che no.
Paralizzata, fissai le mie mani serrate, le nocche bianche. Non poteva essere lei.. eppure mi slanciai di corsa sulla terra indurita per arrampicarmi sul muro. I miei piedi trovarono in fretta le familiari fessure tra i sassi e giunta in cima , le vidi:
due bambine sui quattro o cinque anni, splendide nei loro costumi da ballo, con grandi copricapo di foglia d'oro finemente lavorata che muovendosi rifletttevano la luce del mattino. Nel passare davanti al nostro cancello le bimbe calpestarono coi piedi nudi i gusci che gli scoiattoli avevano scartato durante la notte. Poi, svoltato l'angolo, scomparvero.

 

5/15/2007

LA PASSIONE DI ARTEMISIA di SUSAN VREELAND

  LA PASSIONE DI ARTEMISIA
SUSAN VREELAND

EDITRICE Neri Pozza -
Collana: I narratori delle tavole
Pagine 320 - Anno 2002 - ISBN 88-7305-887-6
Traduzione di Francesca Diano
Prezzo di vendita: € 15.50

LA TRAMA IN SINTESI

"Quattordici maggio 1612". Nella sala di Tor di Nona, il tribunale papale, il notaio, un ometto avvolto di rosso porpora scuro, borbotta scrivendo con la sua penna d'oca. Due mesi, e per la prima volta non ha dipinta sulla faccia un'espressione annoiata, poiché oggi è l'atteso giorno del giudizio. Tra poco, l'Illustrissimo Signore Hieronimo Felicio, luogotenente di Roma e inquisitore di Sua Santità, farà il suo ingresso nella sala, si sistemerà sul suo alto scranne, si accomoderà la veste scarlatta in modo da sembrare più imponente e interrogherà la donna, la giovane artista per la quale mezza Roma è accorsa nelle sinistre aule dell'Inquisizione, mentre l'"assistente di tortura" le stringerà le ruvide corde della sibilla attorno alle dita.

Tra poco si saprà se corrispondono al vero le parole della denunzia che il padre della giovane ha sporto presso il papa Paolo V, parole che sono risuonate a lungo in ogni angolo della Città eterna e rimbombano ora nella mente di ognuno nell'umida e scura sala di Tor di Nona: "Agostino Tassi ha deflorato mia figlia Artemisia e l'ha forzata a ripetuti atti carnali, dannosi anche per me, Orazio Gentileschi, pittore e cittadino di Roma, povero querelante, tanto che non mi è stato possibile ricavare il giusto guadagno dal suo talento di pittrice". Appoggiato sul gomito, la barba e i capelli neri folti, in viso il colore e la durezza di una scultura di bronzo, l'accusato, amico fraterno fino a qualche tempo fa di Orazio Gentileschi, siede di fronte alla sua vittima e non cessa per un istante di fissarla con aria sprezzante...

 UNA PAGINA

La mattina seguente, Renata venne a prendermi di. buon’ora per accompagnarmi nella sala di ricevimento di Cesare, per parlare del mio primo dipinto.«Non perde tempo di certo», dissi.
«Lo prenda come un buon segno, Signora. Da quando è tornato da Firenze non ha fatto altro che parlare di voi. Quando avete accettato di venire, era talmente contento che ha dato vacanza a tutti noi».
Presi con me alcuni disegni, per mostrargli qualche esempio del mio lavoro.
«Una vacanza?» Annuì con forza. «E tu che hai fatto quel giorno?»
Si guardò le mani intrecciate. «Sono andata nel mio posto preferito sulle colline sopra la città e ho cercato di immaginare che aspetto potevate avere».
«Spero proprio che tu mi abbia immaginato più bella di quanto non mi senta stamane». Mi legai i capelli con noncuranza e li fermai rapidamente con un pettinino.
Cesare Gentile mi salutò nuovamente spalancando le braccia, lasciando intravedere i ricami della sua vestaglia. «Perdonatemi se vi ho convocato così presto. E solo la dimostrazione del mio entusiasmo».
«Vi ho portato dei disegni recenti, perché possiate vederli in anteprima».
«Sarò onorato di vederli, poiché il vostro talento mi è già noto».
Li esaminò con grande interesse, annuendo e mormorando in segno di approvazione, dopo di che mi condusse in giardino. Passeggiammo lungo il sentiero sabbioso, fiancheggiato da una siepe fiorita.
«Come vi ho già detto, per prima cosa desidero che dipingiate una figura femminile. Una donna dipinta da una donna, perché in tal modo potrete immergervi profondamente dentro di lei. Potreste conoscere segreti che noi uomini, voi capite, non conosciamo. In secondo luogo, deve essere bella, ma non troppo bella — per non suscitare l’invidia delle mie deliziose fìgliole. Sufficientemente bella tuttavia, perché possano vedere la donna — e dunque se stesse — come un’opera d’arte. Preziosa». Carezzò l’aria con le mani, come a tracciare delle curve sensuali. «E poi, come sapete, dev’essere un nudo».
Spalancò le braccia. «Mostrateci la Donna in tutta la sua gloria».
«E la figura? Come deve essere? Allegorica o storica?»
«Storica, storica certo. L’arte deve comunicarci qualcosa, al di là della pura bellezza».
«Sono d’accordo. Potrei dipingere una Cleopatra distesa. Che ne dite? Con un mistero da risolvere? Che mostrasse una bellezza spirituale oltre che fisica? Che soffrisse per una perdita vasta quanto l’Egitto?»
«Il soggetto non è importante. Mi aggraderà qualunque figura femminile voi dipingiate. Voi, la più grande pittrice di Firenze».
Pareva che gli stesse a cuore la mia reputazione, qualunque versione conoscesse, più che la mia pittura. E tuttavia il suo sorriso era totalmente innocente. Dovevo soltanto stare a vedere.
Spiccò una gardenia dalla pianta e me la porse. Ne aspirai la dolcezza inebriante. «Di esotica bellezza», osservò. «Come la vostra Cleopatra, no?»
Quando tornai nelle mie stanze trovai Renata ad attendermi sulla porta. «Posso aiutarvi? Volete che disfi il vostro bagaglio?»
«Sì, grazie».
Per un momento presi in considerazione la possibilità di usarla come modella. Possedeva una bellezza naturale, non artefatta. Occhi grigi, dolci, pensierosi e una bocca morbida, piena e ben disegnata. La bellezza di Cleopatra però non era priva di artificio, era anzi molto consapevole.
Inoltre il dipinto avrebbe rappresentato un nudo: sarebbe stato indecoroso.

5/7/2007

L'INNOCENZA di TRACY CHEVALIER

Titolo: L'INNOCENZA
Autore: Tracy Chevalier
ISBN 88-545-0177-5
Pagine 368
Euro 17,00

 LA TRAMA IN SINTESI 

È il 1792 a Londra, e il traffico è intenso in Hercules Buildings: ventidue case a schiera di mattoni con un piccolo giardino sul davanti e un pub a ciascuna estremità della strada. I Kellaway sono appena giunti nella grande e rumorosa città, dalla quieta campagna del Dorset. Nel trambusto di carrozze, cavalli e barrocci, grida di pescivendoli, venditori di scope e fiammiferi, lustrascarpe e calderai, Jem Kellaway, un ragazzo col viso allungato, gli occhi azzurri infossati e i capelli biondo-rossicci, trasporta all'interno del numero 12 una sedia Windsor dopo l'altra. Un giorno Thomas Kellaway, suo padre, ha afferrato tutti i suoi arnesi di lavoro, i cerchi di legno per curvare i braccioli e gli schienali delle sedie, i pezzi del tornio utili a rifinire le gambe, i saracchi, le accette, gli scalpelli e i succhielli, li ha caricati su un carro ed è partito per Londra con tutta la famiglia, la moglie e i figli, l’impavido Jem e l’ingenua quindicenne Maisie, nella capitale inglese per lavorare come carpentiere nel celebre circo di Philip Astley. I Kellaway trovano casa in una strada di Lambeth, dove abitano da tempo i Butterfield, londinesi che vivono da sempre di espedienti. Jem fa da subito amicizia con la giovane Maggie, una ragazza attraente, irruente e coraggiosa che cela un inconfessabile segreto. La sorella di Jem, Maisie, invece, stringe un’ambigua relazione con John Astley, il figlio del padrone del circo, abilissimo cavaliere e donnaiolo impenitente. Quello che più attira i giovani, però è uno degli abitanti più noti degli Hercules Buildings: William Blake. L'artista. Il poeta che stampa "strani libretti" e inneggia alle idee che incendiano il paese dall'altra parte della Manica. Un giorno Jem e Maggie sorprendono Blake e la moglie che giocano ad “Adamo ed Eva” in giardino. Incuriositi, i due ragazzi decidono di approfondire la conoscenza della strana coppia di coniugi.

Da qui prende le mosse la narrazione de L’Innocenza che, a ritmo incalzante, affronta tutti i temi del romanzo: il segreto di Maggie, l'amore pericoloso della sprovveduta Maisie per John Astley, gli intrighi di Dick Butterfield, gli accesi scontri politici in un’epoca segnata dalla Rivoluzione francese, le strade brulicanti della Londra di fine Settecento, con le sue miserie e il suo splendore, e la straordinaria figura di William Blake, con le sue folgoranti, improvvise apparizioni.
L’autore dei Canti dell’innocenza e dell’esperienza, ancora giovane e pieno di entusiasmo, benché guardato con sospetto a Londra per le sue simpatie rivoluzionarie, insegnerà ai ragazzi come il mondo sia un incessante susseguirsi di contrasti e opposizioni in cui non esiste mai innocenza senza esperienza, amore senza odio, rinascita senza caduta.  

LE PRIME PAGINE

 «Proprio così. Londra è una città malvagia», disse Maggie con aria da saputella.
«Come malvagia, cosa vuoi dire?» fece Anne.
Maggie si strinse nelle spalle, indecisa. Non sapeva cosa raccontarle. O meglio una cosa ci sarebbe stata e non avrebbe mancato di sconvolgere la signora, ma Maggie non aveva certo intenzione di raccontarla al primo venuto.
 «Avete presente la stradina che attraversa Lambeth Greer quella che porta dal fiume a Royal Row passando per campi?»
 Maisie e Anne Kellaway la guardarono smarrite. «Non lontana da qui», proseguì. «Laggiù, guardate». Indicò i campi che si stendevano ininterrottamente fino al Tamigi In lontananza si vedevano le torri rosse di mattoni di Lambeth Palace.
«Siamo appena arrivate», disse Anne Kellaway. «Non abbiamo ancora visto niente».
Magie sospirò, le era quasi passata la voglia di raccontare. «E’ una strada molto piccola, un’ottima scorciatoia. Una volta la chiamavano la “vicolo dell’Amore” perché.. .» Anne Kellaway arrossì e scrollò la testa, guardando la figlia con apprensione.
 «Bè, una volta si chiamava così», continuò Maggie. «Ma sapete come si chiama adesso?» Fece una pausa. «Vicolo dei  Tagliagola!>
Madre e figlia rabbrividirono. Vedendole così spaventate Maggie fece un sorrisetto che però lasciava trasparire una punta d’inquietudine.
 «Non è poi quella gran cosa», disse una voce all’improvviso. «A Piddle c’era il vicolo del Gatto morto». Il ragazzo che Maggie aveva visto portare dentro la sedia era apparso sulla soglia.
Maggie roteò gli occhi. «Un gatto morto, eh? E scommetto che sei stato tu a trovarlo!»
Il ragazzo annuì.
«Robetta: io ho trovato un uomo morto», annunciò Maggie trionfante, ma solo a dirlo sentì torcersi lo stomaco. Si pentì di non aver tenuto il becco chiuso, anche perché il ragazzo la stava fissando con un’aria strana, come se avesse intuito ciò che aveva in mente. Ma ovviamente non poteva.
Per sua fortuna non dovette proseguire nel racconto perché Anne Kellaway si aggrappò al cancello gridando: «Lo sapevo! Non saremmo dovuti venire a Londra!»
«Mamma, non fate così!» mormorò Maisie, quasi stesse consolando un bambino. «Forza, portiamo dentro qualcosa. Magari quelle pentole, che ne dite?»
Jem lasciò che fosse la sorella a tranquillizzare la madre. Lui l’aveva già ascoltata abbastanza durante il viaggio, con tutte le sue preoccupazioni su Londra. Nel Dorsetshire non era mai stata così nervosa e la sua repentina trasformazione da campagnola tutta buon senso a viaggiatrice in preda all’angoscia lo aveva sorpreso non poco. Se le prestava troppa attenzione rischiava di venire contagiato anche lui dall’ansia; preferì invece studiare la ragazza che teneva le redini del cavallo. Vivace, con i capelli neri arruffati e gli occhi castani orlati da lunghe ciglia, aveva uno strano sorriso che le faceva diventare il mento appuntito come quello di un gatto. Ma a colpirlo era stata soprattutto la paura che le si era dipinta su1 viso mentre parlava dell’uomo morto. Aveva la faccia di una che ha in bocca il sapore amaro della bile, pensò. Insomma, nonostante la sua insolenza gli aveva fatto pena. Dopotutto scoprire un uomo morto doveva essere molto peggio che scoprire un gatto morto, anche se il gatto era il suo e lui gli era molto affezionato. Cercò di immaginare cosa avrebbe provato se gli fosse capitato di scoprire il corpo senza vita di suo fratello Tommy. La sorte aveva riservato il triste compito a sua madre: era entrata di corsa nel laboratorio, il viso stravolto dall’orrore. In fondo era comprensibile che l’angoscia non l’avesse più abbandonata da allora.
«Be’, che ci fate a Hercules Buildings?» gli domandò Maggie.
«Il signor Astley ci ha detto di venire qui», rispose Jem.
«E stato lui a invitarci a Londra!» s’intromise Maisie. «Papà gli ha aggiustato una sedia e ora è venuto a fare sedie a Londra».
«Non pronunciare il nome di quell’uomo!» Anne Kellaway quasi sputò fuori le parole.
Maggie la fissò. Era raro che qualcuno parlasse male del signor Astley. Certo era un chiacchierone e anche un presuntuoso, ma di buon cuore e ben disposto nei confronti di chiunque. Quando si adirava gli passava quasi subito. Maggie aveva ricevuto da lui tantissimi penny e spesso in cambio di lavoretti semplici come tenere le briglie di un cavallo. E quante volte l’aveva lasciata entrare gratis agli spettacoli,  con un magnanimo gesto della mano!
«Cosa avete contro il signor Astley?» sbottò la ragazza, pronta a difenderlo.
Anne Kellaway scosse la testa, prese le pentole dal carro e scomparve in casa, quasi che il nome di quell’uomo l’avesse fisicamente spinta dentro.
«E una delle persone più a modo di Lambeth!» le gridò dietro Maggie. «Se non sopportate lui sarà dura per voi trovare qualcuno con cui bere un bicchiere!» Ma Anne Kellaway era già sparita al piano di sopra.
«Sono tutte qui le vostre cose?» fece Maggie accennando al carro.
«Quasi», rispose Maisie. «Abbiamo lasciato qualcosa a Sam, il nostro fratello maggiore, che è rimasto al paese. E... be’... avevamo anche un altro fratello, ma è morto non molto tempo fa. Ho solo fratelli, sai, eppure avrei tanto voluto una sorellina. Tu ne hai sorelle?»
«No, solo un fratello».
«Il nostro Sam si sposerà presto, credo, vero Jem? Con Lizzie Miller... sono insieme da una vita»
«Andiamo, Maisie», la interruppe Jem che non voleva sentir spifferare i fatti loro. «Dobbiamo portare su questi». Prese un cerchio di legno.
«E quello a che serve?» chiese Maggie.
«A piegare il legno per fare gli schienali».
«Tu aiuti tuo padre a fare le sedie?»
«Sì», disse Jem con orgoglio.
«Allora sei un acchiappaculi!»
Jem si accigliò. «Cosa vuoi dire?»
«La gente chiama i lacchè acchiappascoregge. Voi invece acchiappate i culi con le vostre sedie!» Maggie scoppiò a ridere mentre Jem diventava rosso come un peperone. E di certo non aiutava il fatto che sua sorella si fosse unita a lei con la sua risatina squillante.
In realtà a Maisie non dispiaceva affatto che Maggie indugiasse davanti alla casa. Mentre si avviavano verso la porta con i cerchi di legno al braccio si voltò e disse: «Come ti chiami?»
«Maggie Butterfield».
«Oh, anche tu ti chiami Margaret! Non è buffo, Jem? La prima ragazza che conosco a Londra si chiama come me!»
A Jem pareva strano che due ragazze così diverse potessero avere lo stesso nome. Anche se ancora non portava il busto, come Maisie, Maggie era più formosa e pienotta. La sua carne soda gli faceva venire in mente le prugne mature. Maisie invece era magrolina, con i polsi e le caviglie sottili. La ragazza di Lambeth lo incuriosiva, però non si fidava di lei. Potrebbe perfino sgraffignare qualcosa, pensò. Dovrò tenerla d’occhio.
Si vergognò subito di quel pensiero, il che non gli impedì, pochi minuti dopo, di affacciarsi alla finestra della loro nuova casa per accertarsi che Maggie non stesse frugando nel carro.
Lei invece badava soltanto al cavallo del signor Smart, dandogli qualche pacca sul collo per tranquillizzarlo quando passava una carrozza. Poi si mise a ridacchiare, vedendo la signorina Pelham che si lamentava ad alta voce dei nuovi inquilini. Incapace di star ferma, la ragazza saltellava da un piede all’altro, osservando la gente che passava. Una povera vecchia gridava: «Compro ferri vecchi e botti rotte!» Dalla parte opposta arrivava una bambina con canestro di primule; un uomo sfregava fra loro le lame di due coltelli: «Coltelli da affilare, coltelli! Dateli a me che poi ci taglierete qualunque cosa!» Passandole davanti, l’ arrotino mise le lame sotto il naso di Maggie che trasalì facendo un balzo indietro, mentre quello si allontanava sghignazzando. La povera ragazza tremava a tal punto che perfino il cavallo del Dorsetshire chinò il muso verso di lei nitrì piano.
«Apri la finestra, Jem», disse Anne Kellaway. «Senti che puzza hanno lasciato quei ragazzacci del circo!»
Jem obbedì e Maggie, alzando lo sguardo, lo scorse dalla strada. Rimasero a fissarsi, quasi sfidandosi a chi abbassava gli occhi per ultimo. Alla fine il ragazzo si costrinse ad  allontanarsi dalla finestra.