lacasalinga's profileLa Biblioteca della casa...PhotosBlogLists Tools Help

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    4/29/2008

    a ME MI...

    con buona pace della signora grammatica e di sua sorella sintassi
     
    A ME MI PIACE...
     
    A) Stare al calduccio sotto il piumone, osservando la neve che cade.
    B) Il mare d'inverno, camminare sulla battigia, respirando il salmastro e osservare i gabbiani che si posano sulla sabbia davanti ai miei piedi.
    C) Passare un intero pomeriggio in biblioteca, o in libreria, senza decidermi a scegliere i libri da portarmi a casa..
    D) Sognare di vivere in un faro, lontano dal mondo, in un abbraccio infinito con l'elemento che è più congeniale.
    E) andare con le figlie a mangiare un panino da Mac Donald.(ma non mi portano mai!!!)
     
    ringrazio salmastro che mi ha passato la palla e la passo a mia volta a SGNAPPY
    4/28/2008

    LA CITTÀ DELLE ROSE

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    Immagine di La città delle rose

    DETTAGLI DEL LIBRO 

     

     Titolo: LA CITTÀ DELLE ROSE

    Autore: DALIA SOFER

    Traduttore: CATERINA LENZI

    Editore: PIEMME
    Data di Pubblicazione: 2008

    ISBN-13: 9788838486906
    Pagine: 318

     

    LA TRAMA:

    Un libro molto crudo, che parla ancora una volta degli orrori della guerra, della crudeltà di capi che usano la religione e anche assurde motivazioni per sfogare il loro odio, e giustificare quanto di più orribile può perpretarare un essere umano contro il suo simile, divenuto, improvvisamente, per un capriccio del destino “il nemico”!

    Quattro persone che vivono qualcosa di immaginabile fino a qualche tempo prima:
    Isaac, ebreo nell’Iran dopo la deposizione dello Scià,  che viene accusato di essere una spia, incarcerato, torturato, che cerca di restare lucido e fiducioso pensando al passato e augurandosi un futuro.
    Farnaz, la moglie, incapace di reagire, ma paziente nell’attesa, anche quando scopre che la domestica che riteneva affezionata e fedele, le si rivolta contro adottando la nuova logica dell’ingiustizia sociale, sobillata dal figlio, fanatico assertore del nuovo regime..
    Shirin, ancora troppo piccola, ma capace di un gesto tanto ingenuo, quanto rischioso, volto a salvare altre persone.
    Ed infine Parviz, il figlio maggiore, mandato a studiare in America, dove conosce l’amarezza del profugo e dell’esule.
    Una famiglia distrutta, come troppo spesso accade, dalla follia della guerra.


     

    4/25/2008

    IL CUSTODE DEL FARO

    Immagine di Il custode del faro

    DETTAGLI DEL LIBRO

    TITOLO: IL CUSTODE DEL FARO
    AUTORE: JEANETTE WINTERSON
    TRADUTTORE: CHIARA SPALLINO ROCCA
    EDITORE: 
    MONDADORI
    PAGINE: 239
    ISBN: 
    8804536748
    DATA PUBBLICAZIONE: 2005

    LA TRAMA DEL LIBRO:

    Rimasta orfana, la piccola Silver viene adottata da Pew, un gentile e misterioso personaggio che vive nel faro di Cape Wrath. Nell'occuparsi teneramente di lei, Pew le racconta antiche storie incentrate sul desiderio, sullo sradicamento, sui legami e sulle assenze che segnano la nostra vita. Le racconta in particolare la storia di Babel Dark, un reverendo locale dell'Ottocento che ha vissuto due vite, una pubblica avvolta nell'oscurità e una privata immersa nella luce. Le storie di Pew si aprono sotto gli occhi di Silver come una mappa da seguire per penetrare nella propria oscurità. PiccolaUlisse dei nostri giorni, Silver comincia così un viaggio dentro le storie che ci raccontiamo, storie d'amore e privazione, di passione e desiderio.

    UN BRANO DEL LIBRO:

     TU sei la porta scavata nella roccia che si spalanca quando la luna si illumina.
    Tu sei la porta in cima alle scale che ci appare solo nei sogni.
    Tu sei la porta che finalmente libera il prigioniero.
    Tu sei la porta sul ciglio del mondo.
    Tu sei la porta he si apre su in un mare di stelle.
    Aprimi. Spalancami. Socchiudimi. Attraversami e qualsiasi cosa ci sia al di là, potrà solo essere raggiunta così.Da te. Ora.
    In questo attimo isolato nel tempo che racchiude tutta una vita
    .

    4/13/2008

    Foglie morte di Nazim Hikmet

     

    FOGLIE MORTE

    ippocastano d'autunno

    Veder cadere le foglie mi lacera dentro
    soprattutto le foglie dei viali
    soprattutto se sono ippocastani
    soprattutto se passano dei bimbi
    soprattutto se il cielo è sereno
    soprattutto se ho avuto, quel giorno, una buona notizia
    soprattutto se il cuore, quel giorno, non mi fa male
    soprattutto se credo, quel giorno, che quella che amo mi ami
    soprattutto se quel giorno mi sento d'accordo con gli uomini e con me stesso
    veder cadere le foglie mi lacera dentro
    soprattutto le foglie dei viali dei viali d'ippocastani.
     
     
     Nazim Hikmet
    3/29/2008

    Un libro da leggere

    Immagine di Le osservazioniLE OSSERVAZIONI di JANE HARRIS

    Bessy Buckley si è svegliata presto stamattina, ha indossato il suo vestito migliore e si è avventurata sulla strada grande per Edimburgo. Attraversare la Terra del Diavolo, il pezzo di Scozia che unisce Glasgow a Edimburgo, non è una cosa semplice per una ragazza che ha quindici anni nel 1863. Ma Bessy è sveglia, così sveglia che deve averla fatta grossa a Glasgow, visto che, non appena ha scorto due poliziotti a cavallo, ha abbandonato la strada grande e si è precipitata nei sentieri di campagna. Davanti a un viottolo, indicato da un'insegna che diceva "Castello di Haivers", Bessy non ha esitato: l'ha imboccato. Dopo tutto, si è avventurata nella Terra del Diavolo per trovare lavoro presso una famiglia importante e magari sposare un giovane nobile...
    Ma si trova a cercare di risolvere il mistero della morte della servetta che l'ha preceduta e a lottare con le stranezze della bella padrona..scorrevole e strano, da leggere senza grandi patemi d'animo...

    3/10/2008

    LA SINFONIA di Roberto Randisi

    LA SINFONIA
     
    Bruciano lontane le stoppie
    della mia infanzia
    e piccole fiamme ondeggiano
    ai margini dei ricordi.
    Giocando con la musica
    La notte si avvicina.
     
    Roberto Randisi
    6/11/2007

    LA DAMA E L'UNICORNO di TRACY CHEVALIER

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     Titolo  LA DAMA E L'UNICORNO
     AUTORE:Tracy Chevalier
     Traduzione di Massimo Ortelio
     ISBN 88-7305-936-3
     Pagine 288
     Euro 15,00
     Editrice Neri Pozza
     Collana I NARRATORI DELLE TAVOLE
     
     
    L'AUTORE
    Tracy Chevalier è nata a Washington. Nel 1984 si è trasferita in Inghilterra, dove ha lavorato a lungo come editor. Con La ragazza con l'orecchino di perla (Neri Pozza, 2000) ha ottenuto, nei numerosi paesi in cui il libro è apparso, un grandissimo successo di pubblico e di critica. Bestsellers internazionali sono stati anche i suoi romanzi successivi: Quando cadono gli angeli (Neri Pozza, 2002) e La dama e l'unicorno (Neri Pozza, 2003). La Vergine azzurra è il suo primo romanzo
     
     
    LA TRAMA IN SINTESI
    È un giorno della Quaresima del 1490 a Parigi, un giorno davvero particolare per Nicolas des Innocents, pittore di insegne e miniaturista conosciuto a corte per la sua mano ferma nel dipingere volti grandi come un'unghia, e al Coq d'Or e nelle altre taverne al di qua della Senna per la sua mano lesta con le servette di bell'aspetto.
    Jean Le Viste, il signore dagli occhi come lame di coltello, il gentiluomo le cui insegne sono ovunque tra i campi e gli acquitrini di Saint-Germain-des-Prés, proprio come lo sterco dei cavalli, l'ha invitato nella Grande Salle della sua casa al di là della Senna e in quella sala disadorna, nonostante il soffitto a cassettoni finemente intagliato, gli ha commissionato non stemmi imponenti o vetrate colorate o miniature delicate ma arazzi per coprire tutte le pareti. Arazzi immensi che raffigurino la battaglia di Nancy, con cavalli intrecciati a braccia e gambe umane, picche, spade, scudi e sangue a profusione.
    Una commissione da parte di Jean Le Viste significa cibo sulla tavola per settimane e notti di bagordi al Coq d'or, e Nicolas, che può resistere a tutto fuorché alle delizie della vita, non ha esitato un istante ad accettare.
    Non ha esitato, però, nemmeno ad annuire davanti alla proposta di Geneviève de Nanterre, moglie di Jean Le Viste e signora di quella casa. Forse perché incantato dalle grazie di Claude, la giovane figlia dei Le Viste, una bellissima fanciulla dall'incarnato pallido, la fronte alta, il naso affilato e i capelli color miele, o forse perché intimorito dagli occhi neri come il ribes di Geneviève de Nanterre, Nicolas ha sorriso quando, nel chiuso della sua stanza, davanti a una finestra aperta che faceva da cornice a una splendida veduta di Saint-Germain-des-Prés, Geneviève gli ha ingiunto di non raffigurare cavalli, elmi o sangue sugli arazzi, ma una dama e un unicorno, simboli della seduzione, della giovinezza e dell'amore…


     ALCUNE PAGINE
    Quando sono arrivato, il castaldo non mi ha condotto nel gabinetto privato di Jean Le Viste, la stanza tappezzata di carte geografiche dove sbriga gli uffici per il re o la corte, insieme agli affari di famiglia, bensì nella Grande Salle, dove i Le Viste ricevono e intrattengono gli ospiti. Non ci avevo mai messo piede. È  un lungo salone con un grande camino sulla parete opposta all’entrata e un tavolo di quercia al centro. A parte lo stemma di pietra sopra la cappa del camino e quello dipinto sulla porta, la sala appariva affatto disadorna, nonostante il soffitto a cassettoni finemente intagliato.
    Tutt’altro che grandioso, ho pensato, guardandomi intorno. Benché le imposte fossero aperte, il fuoco non era stato acceso e quelle pareti spoglie rendevano l’ambiente ancora più freddo.
    «Aspetta qui il padrone», ha detto il castaldo guardandomi accigliato. In quella casa gli artisti venivano trattati con rispetto o con disprezzo, a seconda dei casi.
    Gli ho voltato le spalle e mi sono messo a guardare fuori da una finestra alquanto stretta da cui si aveva però un’ottima vista dei campanili di Saint-Germain-des-Près. Alcuni dicono che Jean Le Viste abbia scelto quella casa proprio per dare la possibilità alla pia consorte di fare un salto in chiesa ogni volta che lo desidera. Una porta si è aperta alle mie spalle e mi sono subito voltato, pronto all’inchino. Era solo una servetta che, vedendomi così curvato, ha sogghignato. Mi sono raddrizzato senz’altro e sono rimasto a guardarla mentre attraversava la sala con un secchio che le sbatteva sulla gamba. Si è inginocchiata e ha iniziato a togliere la cenere dal focolare.
    Che fosse lei? Mi sono sforzato di ricordare, ma era buio quella notte dietro le stalle. Era un po’ ingrassata e le sopracciglia folte le davano un’espressione arcigna però aveva ancora quel visetto dolce. Valeva la pena di scambiare qualche parola.
    «Aspetta un momento», le ho detto quando si è tirata su a fatica e si è avviata verso la porta. «Siediti un poco a riposare i piedi. Voglio raccontarti una storia».
    La ragazza si è fermata di colpo. «La storia dell’unicorno, forse?»
    Era proprio lei. Ho aperto la bocca ma non ho fatto in tempo a rispondere perché la servetta mi si è parata dinanzi. «Lo dice la storia che la donna si ritrova col pancione e rischia di perdere il posto? E così che va a finire?»
    Ecco perché era ingrassata. Mi sono rimesso a guardare fuori dalla finestra. «Dovevi stare più attenta».
    «Non avrei dovuto darti retta, ecco cosa avrei dovuto fare. Avrei dovuto ficcarti quella linguaccia su per il culo».
    «Ora vattene, santarellina. Tieni». Mi sono frugato nella tasca e ho tirato fuori una manciata di monete, gettandole sul tavolo. «Per il bambino».
    La ragazza ha fatto un passo indietro e mi ha sputato in faccia. Quando ho finito di ripulirmi gli occhi dalla saliva era scomparsa. Insieme alle monete. Subito dopo è entrato Jean Le Viste, seguito da Léon Le Vieux. La maggior parte dei signori si serve di mercanti come Léon, in qualità di mediatori, per tirare sul prezzo, stilare il contratto, fornire un anticipo e i materiali necessari, assicurarsi che il lavoro vada a buon fine. Mi era già capitato di trattare col vecchio mercante: per lo stemma che avevo dipinto sulla cappa di un camino, per l’Annunciazione in camera della moglie di Jean Le Viste e per le vetrate colorate nella cappella del loro castello, vicino a Lione.  I Le Viste vedono assai di buon occhio Léon. Io lo rispetto ma non riesce a piacermi. Appartiene a una famiglia che un tempo era giudea. Non ne fa segreto, anzi ha usato la cosa a proprio vantaggio, poiché anche la famiglia di Jean Le Viste è molto cambiata nel corso degli ultimi anni. E per questo che Jean predilige Léon: sono entrambi di umili origini ma hanno trovato un posto al sole. Naturalmente Léon non manca di andare a messa due o tre volte alla settimana a Notre-Dame, dove molti lo possono vedere, così come Jean Le Viste si atteggia a esponente della più pura nobiltà, commissionando opere d’arte per la sua casa, offrendo sontuosi ricevimenti, inchinandosi e strisciando dinanzi al suo re. Léon mi guardava, ridendo sotto la barba, quasi avesse scorto una scimmia appollaiata sulla mia spalla. Mi sono gi rato verso Jean Le Viste. «Bonjour, Monseigneur. Desideravate vedermi». Ho fatto un inchino così profondo che mi pulsava la testa. Un bell’inchino non fa mai male.
    Pare un’accetta la mascella di Jean Le Viste, i suoi occhi sono lame di coltello. Guizzavano qua e là nella stanza. Alla fine si sono posati sulla finestra alle mie spalle. «Intendo discutere di un lavoro con voi, Nicolas des Innocents», ha detto, rimboccandosi le maniche della veste ornata di pelliccia di coniglio e tinta del rosso cupo tipico degli avvocati. «Per questa stanza».Mi sono guardato intorno, senza far trapelare alcuna impressione. Conviene sempre quando si è davanti a Jean Le Viste. «Cosa avete in mente, Monseigneur?»
    «Arazzi».
    Non mi era sfuggito l’uso del plurale. «Forse una coppia di stemmi con le vostre insegne, da appendere ai due lati della porta?»
    Jean Le Viste ha fatto una smorfia e io mi sono pentito di aver parlato.
    «Voglio coprire di arazzi queste pareti».
    «Tutte?»
    «Sì».
    Ho rifatto il giro della sala con lo sguardo questa volta con più attenzione. La Grande Salle era lunga non meno di dieci passi e larga cinque. I muri fatti della pietra di qui, grigia e ruvida, erano molto spessi. Su una delle pareti lunghe si aprivano tre finestre, mentre quella in fondo era occupata per metà dal camino. Per tessere gli arazzi necessari  a rivestire la stanza un artigiano avrebbe impiegato parecchi anni.
    «Quale soggetto desiderate, Monseigneur?» Avevo già disegnato un arazzo per Jean Le Viste, uno stemma, ovviamente. Non era stato difficile ingrandire lo stemma dandogli le dimensioni di un arazzo e disegnando un po’ di vegetazione come sfondo.

    I FIORI DEL MALE di Rani Manicka

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     Titolo: I FIORI DEL TEMPIO
     Autore: RANI MANICKA
     Traduttori: Colombo A., Frezza Pavese P.
     Editore: Mondadori
     Data di Pubblicazione: 2006
     Collana: Omnibus
     ISBN: 88-04-56053-3
     Pagine: 391
     Reparto: Narrativa straniera

     

     

     

    IN SINTESI
    Bellissime e innocenti, uguali come due gocce d'acqua, le giovani sorelle Nutan e Zeenat vivono indisturbate sull'isola di Bali immerse in una natura rigogliosa, nell'incanto di colori e profumi esotici. La vita scorre tranquilla sotto la protezione dell'adorata nonna Nenek, che tutti al villaggio considerano una strega perché parla con gli spiriti e cura con gli incantesimi; finché all'improvviso, dopo la morte della madre, le due ragazze sono costrette a trasferirsi a Londra. Una sera, durante l'inospitale inverno cittadino, la loro vita si incrocia quasi per caso con quella di Ricky, un uomo enigmatico e trasgressivo che le trascina in un suo mondo fatto di eccessi e decadenza. Ricky ha stretto un patto di sangue con un'implacabile dea, con la promessa di erigere un tempio dove condurre le anime perdute in cambio di potere e ricchezza. Un luogo in cui il destino di Nutan e Zeenat si unisce fatalmente a quello di altri personaggi fragili e dissoluti: Elizabeth, algida bellezza che custodisce un tremendo segreto; Anis, pittore tormentato che sa penetrare nell'animo delle persone ritratte più di quanto sappiano fare loro stesse; Maggie, giovane prostituta che non rinuncia a inseguire il sogno dell'amore romantico... Ciascuno si affaccia a turno sulla pagina per raccontare in prima persona, con una sincerità disarmante, la propria discesa agli inferi in un mondo parallelo in cui nulla è come sembra e tutto è concesso in un conturbante gioco specchi. E niente sarà più come prima.

    ALCUNE PAGINE
    L'alba faceva capolino dalle colline quando aprii le minuscole porte di legno dell'antico altarino di casa. Nelle nicchie deposi cestini di foglie di cocco pieni di frutta, fiori e dolciumi.
    Su alberi e cespugli tutto era immobile e silenzioso.
    accesi i bastoncini d'incenso, chiusi gli occhi nell'aria fresca e fragrante e unii le palme delle mani, e il mondo scomparve. Sarei potuta restare così per un'ora intera, se non fosse stato per un inaspettato scoppio di risa infantili al di là del giardino. Nell'eco di quel suono, per un istante, colsi il suo bagliore.
    Mi destai di colpo!
    Non era lei. Certo che no.
    Paralizzata, fissai le mie mani serrate, le nocche bianche. Non poteva essere lei.. eppure mi slanciai di corsa sulla terra indurita per arrampicarmi sul muro. I miei piedi trovarono in fretta le familiari fessure tra i sassi e giunta in cima , le vidi:
    due bambine sui quattro o cinque anni, splendide nei loro costumi da ballo, con grandi copricapo di foglia d'oro finemente lavorata che muovendosi rifletttevano la luce del mattino. Nel passare davanti al nostro cancello le bimbe calpestarono coi piedi nudi i gusci che gli scoiattoli avevano scartato durante la notte. Poi, svoltato l'angolo, scomparvero.

     

    5/15/2007

    LA PASSIONE DI ARTEMISIA di SUSAN VREELAND

      LA PASSIONE DI ARTEMISIA
    SUSAN VREELAND

    EDITRICE Neri Pozza -
    Collana: I narratori delle tavole
    Pagine 320 - Anno 2002 - ISBN 88-7305-887-6
    Traduzione di Francesca Diano
    Prezzo di vendita: € 15.50

    LA TRAMA IN SINTESI

    "Quattordici maggio 1612". Nella sala di Tor di Nona, il tribunale papale, il notaio, un ometto avvolto di rosso porpora scuro, borbotta scrivendo con la sua penna d'oca. Due mesi, e per la prima volta non ha dipinta sulla faccia un'espressione annoiata, poiché oggi è l'atteso giorno del giudizio. Tra poco, l'Illustrissimo Signore Hieronimo Felicio, luogotenente di Roma e inquisitore di Sua Santità, farà il suo ingresso nella sala, si sistemerà sul suo alto scranne, si accomoderà la veste scarlatta in modo da sembrare più imponente e interrogherà la donna, la giovane artista per la quale mezza Roma è accorsa nelle sinistre aule dell'Inquisizione, mentre l'"assistente di tortura" le stringerà le ruvide corde della sibilla attorno alle dita.

    Tra poco si saprà se corrispondono al vero le parole della denunzia che il padre della giovane ha sporto presso il papa Paolo V, parole che sono risuonate a lungo in ogni angolo della Città eterna e rimbombano ora nella mente di ognuno nell'umida e scura sala di Tor di Nona: "Agostino Tassi ha deflorato mia figlia Artemisia e l'ha forzata a ripetuti atti carnali, dannosi anche per me, Orazio Gentileschi, pittore e cittadino di Roma, povero querelante, tanto che non mi è stato possibile ricavare il giusto guadagno dal suo talento di pittrice". Appoggiato sul gomito, la barba e i capelli neri folti, in viso il colore e la durezza di una scultura di bronzo, l'accusato, amico fraterno fino a qualche tempo fa di Orazio Gentileschi, siede di fronte alla sua vittima e non cessa per un istante di fissarla con aria sprezzante...

     UNA PAGINA

    La mattina seguente, Renata venne a prendermi di. buon’ora per accompagnarmi nella sala di ricevimento di Cesare, per parlare del mio primo dipinto.«Non perde tempo di certo», dissi.
    «Lo prenda come un buon segno, Signora. Da quando è tornato da Firenze non ha fatto altro che parlare di voi. Quando avete accettato di venire, era talmente contento che ha dato vacanza a tutti noi».
    Presi con me alcuni disegni, per mostrargli qualche esempio del mio lavoro.
    «Una vacanza?» Annuì con forza. «E tu che hai fatto quel giorno?»
    Si guardò le mani intrecciate. «Sono andata nel mio posto preferito sulle colline sopra la città e ho cercato di immaginare che aspetto potevate avere».
    «Spero proprio che tu mi abbia immaginato più bella di quanto non mi senta stamane». Mi legai i capelli con noncuranza e li fermai rapidamente con un pettinino.
    Cesare Gentile mi salutò nuovamente spalancando le braccia, lasciando intravedere i ricami della sua vestaglia. «Perdonatemi se vi ho convocato così presto. E solo la dimostrazione del mio entusiasmo».
    «Vi ho portato dei disegni recenti, perché possiate vederli in anteprima».
    «Sarò onorato di vederli, poiché il vostro talento mi è già noto».
    Li esaminò con grande interesse, annuendo e mormorando in segno di approvazione, dopo di che mi condusse in giardino. Passeggiammo lungo il sentiero sabbioso, fiancheggiato da una siepe fiorita.
    «Come vi ho già detto, per prima cosa desidero che dipingiate una figura femminile. Una donna dipinta da una donna, perché in tal modo potrete immergervi profondamente dentro di lei. Potreste conoscere segreti che noi uomini, voi capite, non conosciamo. In secondo luogo, deve essere bella, ma non troppo bella — per non suscitare l’invidia delle mie deliziose fìgliole. Sufficientemente bella tuttavia, perché possano vedere la donna — e dunque se stesse — come un’opera d’arte. Preziosa». Carezzò l’aria con le mani, come a tracciare delle curve sensuali. «E poi, come sapete, dev’essere un nudo».
    Spalancò le braccia. «Mostrateci la Donna in tutta la sua gloria».
    «E la figura? Come deve essere? Allegorica o storica?»
    «Storica, storica certo. L’arte deve comunicarci qualcosa, al di là della pura bellezza».
    «Sono d’accordo. Potrei dipingere una Cleopatra distesa. Che ne dite? Con un mistero da risolvere? Che mostrasse una bellezza spirituale oltre che fisica? Che soffrisse per una perdita vasta quanto l’Egitto?»
    «Il soggetto non è importante. Mi aggraderà qualunque figura femminile voi dipingiate. Voi, la più grande pittrice di Firenze».
    Pareva che gli stesse a cuore la mia reputazione, qualunque versione conoscesse, più che la mia pittura. E tuttavia il suo sorriso era totalmente innocente. Dovevo soltanto stare a vedere.
    Spiccò una gardenia dalla pianta e me la porse. Ne aspirai la dolcezza inebriante. «Di esotica bellezza», osservò. «Come la vostra Cleopatra, no?»
    Quando tornai nelle mie stanze trovai Renata ad attendermi sulla porta. «Posso aiutarvi? Volete che disfi il vostro bagaglio?»
    «Sì, grazie».
    Per un momento presi in considerazione la possibilità di usarla come modella. Possedeva una bellezza naturale, non artefatta. Occhi grigi, dolci, pensierosi e una bocca morbida, piena e ben disegnata. La bellezza di Cleopatra però non era priva di artificio, era anzi molto consapevole.
    Inoltre il dipinto avrebbe rappresentato un nudo: sarebbe stato indecoroso.

    5/7/2007

    L'INNOCENZA di TRACY CHEVALIER

    Titolo: L'INNOCENZA
    Autore: Tracy Chevalier
    ISBN 88-545-0177-5
    Pagine 368
    Euro 17,00

     LA TRAMA IN SINTESI 

    È il 1792 a Londra, e il traffico è intenso in Hercules Buildings: ventidue case a schiera di mattoni con un piccolo giardino sul davanti e un pub a ciascuna estremità della strada. I Kellaway sono appena giunti nella grande e rumorosa città, dalla quieta campagna del Dorset. Nel trambusto di carrozze, cavalli e barrocci, grida di pescivendoli, venditori di scope e fiammiferi, lustrascarpe e calderai, Jem Kellaway, un ragazzo col viso allungato, gli occhi azzurri infossati e i capelli biondo-rossicci, trasporta all'interno del numero 12 una sedia Windsor dopo l'altra. Un giorno Thomas Kellaway, suo padre, ha afferrato tutti i suoi arnesi di lavoro, i cerchi di legno per curvare i braccioli e gli schienali delle sedie, i pezzi del tornio utili a rifinire le gambe, i saracchi, le accette, gli scalpelli e i succhielli, li ha caricati su un carro ed è partito per Londra con tutta la famiglia, la moglie e i figli, l’impavido Jem e l’ingenua quindicenne Maisie, nella capitale inglese per lavorare come carpentiere nel celebre circo di Philip Astley. I Kellaway trovano casa in una strada di Lambeth, dove abitano da tempo i Butterfield, londinesi che vivono da sempre di espedienti. Jem fa da subito amicizia con la giovane Maggie, una ragazza attraente, irruente e coraggiosa che cela un inconfessabile segreto. La sorella di Jem, Maisie, invece, stringe un’ambigua relazione con John Astley, il figlio del padrone del circo, abilissimo cavaliere e donnaiolo impenitente. Quello che più attira i giovani, però è uno degli abitanti più noti degli Hercules Buildings: William Blake. L'artista. Il poeta che stampa "strani libretti" e inneggia alle idee che incendiano il paese dall'altra parte della Manica. Un giorno Jem e Maggie sorprendono Blake e la moglie che giocano ad “Adamo ed Eva” in giardino. Incuriositi, i due ragazzi decidono di approfondire la conoscenza della strana coppia di coniugi.

    Da qui prende le mosse la narrazione de L’Innocenza che, a ritmo incalzante, affronta tutti i temi del romanzo: il segreto di Maggie, l'amore pericoloso della sprovveduta Maisie per John Astley, gli intrighi di Dick Butterfield, gli accesi scontri politici in un’epoca segnata dalla Rivoluzione francese, le strade brulicanti della Londra di fine Settecento, con le sue miserie e il suo splendore, e la straordinaria figura di William Blake, con le sue folgoranti, improvvise apparizioni.
    L’autore dei Canti dell’innocenza e dell’esperienza, ancora giovane e pieno di entusiasmo, benché guardato con sospetto a Londra per le sue simpatie rivoluzionarie, insegnerà ai ragazzi come il mondo sia un incessante susseguirsi di contrasti e opposizioni in cui non esiste mai innocenza senza esperienza, amore senza odio, rinascita senza caduta.  

    LE PRIME PAGINE

     «Proprio così. Londra è una città malvagia», disse Maggie con aria da saputella.
    «Come malvagia, cosa vuoi dire?» fece Anne.
    Maggie si strinse nelle spalle, indecisa. Non sapeva cosa raccontarle. O meglio una cosa ci sarebbe stata e non avrebbe mancato di sconvolgere la signora, ma Maggie non aveva certo intenzione di raccontarla al primo venuto.
     «Avete presente la stradina che attraversa Lambeth Greer quella che porta dal fiume a Royal Row passando per campi?»
     Maisie e Anne Kellaway la guardarono smarrite. «Non lontana da qui», proseguì. «Laggiù, guardate». Indicò i campi che si stendevano ininterrottamente fino al Tamigi In lontananza si vedevano le torri rosse di mattoni di Lambeth Palace.
    «Siamo appena arrivate», disse Anne Kellaway. «Non abbiamo ancora visto niente».
    Magie sospirò, le era quasi passata la voglia di raccontare. «E’ una strada molto piccola, un’ottima scorciatoia. Una volta la chiamavano la “vicolo dell’Amore” perché.. .» Anne Kellaway arrossì e scrollò la testa, guardando la figlia con apprensione.
     «Bè, una volta si chiamava così», continuò Maggie. «Ma sapete come si chiama adesso?» Fece una pausa. «Vicolo dei  Tagliagola!>
    Madre e figlia rabbrividirono. Vedendole così spaventate Maggie fece un sorrisetto che però lasciava trasparire una punta d’inquietudine.
     «Non è poi quella gran cosa», disse una voce all’improvviso. «A Piddle c’era il vicolo del Gatto morto». Il ragazzo che Maggie aveva visto portare dentro la sedia era apparso sulla soglia.
    Maggie roteò gli occhi. «Un gatto morto, eh? E scommetto che sei stato tu a trovarlo!»
    Il ragazzo annuì.
    «Robetta: io ho trovato un uomo morto», annunciò Maggie trionfante, ma solo a dirlo sentì torcersi lo stomaco. Si pentì di non aver tenuto il becco chiuso, anche perché il ragazzo la stava fissando con un’aria strana, come se avesse intuito ciò che aveva in mente. Ma ovviamente non poteva.
    Per sua fortuna non dovette proseguire nel racconto perché Anne Kellaway si aggrappò al cancello gridando: «Lo sapevo! Non saremmo dovuti venire a Londra!»
    «Mamma, non fate così!» mormorò Maisie, quasi stesse consolando un bambino. «Forza, portiamo dentro qualcosa. Magari quelle pentole, che ne dite?»
    Jem lasciò che fosse la sorella a tranquillizzare la madre. Lui l’aveva già ascoltata abbastanza durante il viaggio, con tutte le sue preoccupazioni su Londra. Nel Dorsetshire non era mai stata così nervosa e la sua repentina trasformazione da campagnola tutta buon senso a viaggiatrice in preda all’angoscia lo aveva sorpreso non poco. Se le prestava troppa attenzione rischiava di venire contagiato anche lui dall’ansia; preferì invece studiare la ragazza che teneva le redini del cavallo. Vivace, con i capelli neri arruffati e gli occhi castani orlati da lunghe ciglia, aveva uno strano sorriso che le faceva diventare il mento appuntito come quello di un gatto. Ma a colpirlo era stata soprattutto la paura che le si era dipinta su1 viso mentre parlava dell’uomo morto. Aveva la faccia di una che ha in bocca il sapore amaro della bile, pensò. Insomma, nonostante la sua insolenza gli aveva fatto pena. Dopotutto scoprire un uomo morto doveva essere molto peggio che scoprire un gatto morto, anche se il gatto era il suo e lui gli era molto affezionato. Cercò di immaginare cosa avrebbe provato se gli fosse capitato di scoprire il corpo senza vita di suo fratello Tommy. La sorte aveva riservato il triste compito a sua madre: era entrata di corsa nel laboratorio, il viso stravolto dall’orrore. In fondo era comprensibile che l’angoscia non l’avesse più abbandonata da allora.
    «Be’, che ci fate a Hercules Buildings?» gli domandò Maggie.
    «Il signor Astley ci ha detto di venire qui», rispose Jem.
    «E stato lui a invitarci a Londra!» s’intromise Maisie. «Papà gli ha aggiustato una sedia e ora è venuto a fare sedie a Londra».
    «Non pronunciare il nome di quell’uomo!» Anne Kellaway quasi sputò fuori le parole.
    Maggie la fissò. Era raro che qualcuno parlasse male del signor Astley. Certo era un chiacchierone e anche un presuntuoso, ma di buon cuore e ben disposto nei confronti di chiunque. Quando si adirava gli passava quasi subito. Maggie aveva ricevuto da lui tantissimi penny e spesso in cambio di lavoretti semplici come tenere le briglie di un cavallo. E quante volte l’aveva lasciata entrare gratis agli spettacoli,  con un magnanimo gesto della mano!
    «Cosa avete contro il signor Astley?» sbottò la ragazza, pronta a difenderlo.
    Anne Kellaway scosse la testa, prese le pentole dal carro e scomparve in casa, quasi che il nome di quell’uomo l’avesse fisicamente spinta dentro.
    «E una delle persone più a modo di Lambeth!» le gridò dietro Maggie. «Se non sopportate lui sarà dura per voi trovare qualcuno con cui bere un bicchiere!» Ma Anne Kellaway era già sparita al piano di sopra.
    «Sono tutte qui le vostre cose?» fece Maggie accennando al carro.
    «Quasi», rispose Maisie. «Abbiamo lasciato qualcosa a Sam, il nostro fratello maggiore, che è rimasto al paese. E... be’... avevamo anche un altro fratello, ma è morto non molto tempo fa. Ho solo fratelli, sai, eppure avrei tanto voluto una sorellina. Tu ne hai sorelle?»
    «No, solo un fratello».
    «Il nostro Sam si sposerà presto, credo, vero Jem? Con Lizzie Miller... sono insieme da una vita»
    «Andiamo, Maisie», la interruppe Jem che non voleva sentir spifferare i fatti loro. «Dobbiamo portare su questi». Prese un cerchio di legno.
    «E quello a che serve?» chiese Maggie.
    «A piegare il legno per fare gli schienali».
    «Tu aiuti tuo padre a fare le sedie?»
    «Sì», disse Jem con orgoglio.
    «Allora sei un acchiappaculi!»
    Jem si accigliò. «Cosa vuoi dire?»
    «La gente chiama i lacchè acchiappascoregge. Voi invece acchiappate i culi con le vostre sedie!» Maggie scoppiò a ridere mentre Jem diventava rosso come un peperone. E di certo non aiutava il fatto che sua sorella si fosse unita a lei con la sua risatina squillante.
    In realtà a Maisie non dispiaceva affatto che Maggie indugiasse davanti alla casa. Mentre si avviavano verso la porta con i cerchi di legno al braccio si voltò e disse: «Come ti chiami?»
    «Maggie Butterfield».
    «Oh, anche tu ti chiami Margaret! Non è buffo, Jem? La prima ragazza che conosco a Londra si chiama come me!»
    A Jem pareva strano che due ragazze così diverse potessero avere lo stesso nome. Anche se ancora non portava il busto, come Maisie, Maggie era più formosa e pienotta. La sua carne soda gli faceva venire in mente le prugne mature. Maisie invece era magrolina, con i polsi e le caviglie sottili. La ragazza di Lambeth lo incuriosiva, però non si fidava di lei. Potrebbe perfino sgraffignare qualcosa, pensò. Dovrò tenerla d’occhio.
    Si vergognò subito di quel pensiero, il che non gli impedì, pochi minuti dopo, di affacciarsi alla finestra della loro nuova casa per accertarsi che Maggie non stesse frugando nel carro.
    Lei invece badava soltanto al cavallo del signor Smart, dandogli qualche pacca sul collo per tranquillizzarlo quando passava una carrozza. Poi si mise a ridacchiare, vedendo la signorina Pelham che si lamentava ad alta voce dei nuovi inquilini. Incapace di star ferma, la ragazza saltellava da un piede all’altro, osservando la gente che passava. Una povera vecchia gridava: «Compro ferri vecchi e botti rotte!» Dalla parte opposta arrivava una bambina con canestro di primule; un uomo sfregava fra loro le lame di due coltelli: «Coltelli da affilare, coltelli! Dateli a me che poi ci taglierete qualunque cosa!» Passandole davanti, l’ arrotino mise le lame sotto il naso di Maggie che trasalì facendo un balzo indietro, mentre quello si allontanava sghignazzando. La povera ragazza tremava a tal punto che perfino il cavallo del Dorsetshire chinò il muso verso di lei nitrì piano.
    «Apri la finestra, Jem», disse Anne Kellaway. «Senti che puzza hanno lasciato quei ragazzacci del circo!»
    Jem obbedì e Maggie, alzando lo sguardo, lo scorse dalla strada. Rimasero a fissarsi, quasi sfidandosi a chi abbassava gli occhi per ultimo. Alla fine il ragazzo si costrinse ad  allontanarsi dalla finestra.

    4/7/2007

    FIORE DI NEVE e il ventaglio segreto di LISA SEE

     
    Titolo  Fiore di Neve e il ventaglio segreto
    Autore  See Lisa
    Dati  335 p.,
    Prezzo IBS  € 17,00
    Editore  Longanesi
    Collana  La Gaja scienza
     
     La Trama in sintesi
    Cina, XIX secolo. Nel piccolo villaggio rurale di Puwei Giglio Bianco, una riflessiva bambina di 5 anni, e la sua numerosa famiglia vivono secondo tradizioni millenarie : per essere considerate perfette fanciulle da marito dopo qualche anno, le bambine devono essere sottoposte al rituale della fasciatura dei piedi, che vengono spezzati ripetutamente ad arte e fatti rimarginare in modo innaturale in modo da impedirne la crescita. In più, Giglio Bianco è stata notata dall’indovino Hu e da Madama Gao, la sensale della zona, che la ritengono talmente avvenente da poter aspirare ad un matrimonio con un ragazzo appartenente ad una famiglia benestante di città e meritevole forse persino di un laotong, cioè di un’amicizia a vita con una ragazza nata nel suo stesso giorno e con caratteristiche simili. La madre di Giglio Bianco decide allora di procedere alla fasciatura dei piedi delle figlie con rinnovata determinazione, mentre la zia insegna loro i rudimenti del nu shu, la lingua segreta delle donne. Ma una dolorosa tragedia è in agguato per le bambine di Puwei...

    LE PRIME PAGINE
    SEDUTA IN SILENZIO
     
    Nel mio villaggio mi definiscono «una che non è ancora morta»: sono una vedova di ottant'anni. Senza mio marito, le giornate sono lunghe. Non mi attirano più le prelibatezze preparate per me da Fiore di Peonia e dalle altre. Non pregusto più con desiderio e impazienza i lieti eventi che hanno luogo con tanta facilità sotto il nostro tetto. Mi interessa solo il passato, ormai. Dopo tutto questo tempo, posso dire finalmente ciò che prima - quando dipendevo dalla mia famiglia d'origine perché mi crescesse o da quella di mio marito perché mi mantenesse — mi era precluso. Ho una vita intera da raccontare; non ho nulla da perdere e rischio di offendere ben poche persone.
    Sono abbastanza vecchia da conoscere anche troppo a fondo le mie buone qualità e i miei difetti, spesso difficili da distinguere. Ho sempre aspirato all'amore. Sapevo che non era opportuno per me desiderarlo o aspettarmelo, né da ragazza né da adulta, eppure lo volevo, e da tale anelito ingiustificato sono nati tutti i problemi della mia esistenza. Sognavo che mia madre si accorgesse di me e gli altri membri della famiglia imparassero ad amarmi. Per conquistarmi il loro affetto ero obbediente (la dote ideale per una donna), ma dimostravo una prontezza persino eccessiva nel fare quanto mi chiedevano. Sperando in una sia pur minima manifestazione di gentilezza nei miei confronti, mi sforzai di adeguarmi alle loro aspettative: cercai di avere i piedi fasciati più minuscoli della contea, e lasciai che mi venissero spezzate le ossa perché assumessero una forma migliore.
    Quando mi pareva di non poter tollerare il dolore nemmeno per un secondo di più e bagnavo di lacrime le bende intrise di sangue, mia madre mi parlava dolcemente all'orecchio, incoraggiandomi a resistere un'altra ora, un altro giorno, un'altra settimana, rammentandomi la ricompensa che mi attendeva se fossi riuscita a perseverare ancora un po'. In questo modo mi insegnò a sopportare: non solo le tribolazioni dei piedi fasciati, della gravidanza e del parto, ma anche i dolori più tormentosi del cuore, della mente e dell'anima. E nel contempo mi aiutò a riconoscere i miei difetti, suggerendomi il modo di sfruttarli a mio vantaggio. Nel nostro Paese chiamiamo teng ai questo genere di affetto materno. La scrittura degli uomini, mi ha detto mio figlio, esprime il concetto con due caratteri. Il primo significa «sofferenza», il secondo «amore». L'amore di una madre è proprio così.
    Oltre a deformarmi i piedi, la fasciatura mi ha cambiato radicalmente la personalità: in qualche strana maniera ho l'impressione che il processo non sia mai cessato nel corso della mia vita e abbia tramutato la bambina arrendevole di un tempo in una ragazza decisa, e poi la giovane donna pronta ad assecondare senza una parola qualsiasi richiesta dei suoceri nella signora più altolocata della contea, che ha imposto al villaggio regole e consuetudini ferree. A quarantenni, la rigidezza dei piedi bendati si era trasferita dai miei gigli dorati al cuore, aggrappato con tanta forza alle ingiustizie e ai risentimenti da non consentirmi più di perdonare coloro che amavo e che mi amavano.
    La mia unica ribellione è avvenuta attraverso il nu shu, la nostra scrittura femminile in codice. Infransi per la prima volta le regole tradizionali quando Fiore di Neve (la mia laotong, la mia «vecchia me stessa», la mia compagna di parole segrete) mi mandò il ventaglio che tengo appoggiato qui sul tavolo davanti a me: e poi le trasgredii di nuovo dopo averla incontrata. Ma, a parte i miei rapporti con Fiore di Neve, mi impegnai a essere una moglie onorevole, una nuora encomiabile e una madre coscienziosa. Nei momenti difficili il mio cuore diventava forte come la giada. Possedevo la tempra nascosta per sopportare tragedie e dolori. Ed eccomi qui, una vedova seduta in silenzio, secondo i dettami della tradizione, e solo ora capisco di essere stata cieca per troppo tempo.
     Se si escludono tre mesi terribili nel quinto anno di regno dell'imperatore Xian Feng, ho trascorso la vita al piano di sopra, confinata nelle stanze delle donne. Sono stata al tempio, è vero, ho fatto ritorno alla casa dov'ero nata, ho persino visitato Fiore di Neve, ma so ben poco del mondo esterno. Ho sentito gli uomini parlare di tasse, siccità e rivolte: tutti argomenti molto lontani dalla mia vita. Io conosco il ricamo, la tessitura, la cucina, la famiglia del mio sposo, i miei figli, nipoti e bisnipoti; e il nu shu. Ho avuto un'esistenza normale: giorni da figlia, giorni di capelli raccolti, giorni di riso e sale; e adesso passo il tempo seduta in silenzio.
    Sono qui sola con i miei pensieri e con questo ventaglio. Quando lo prendo in mano lo sento stranamente leggero rispetto a tutte le gioie e tutti i dolori di cui è carico. Lo apro di scatto, e il fruscio di ogni piega suona come il palpito di un cuore. I ricordi mi sfrecciano davanti agli occhi. Negli ultimi quarant'anni ho letto il testo del ventaglio talmente tante volte che l'ho imparato a memoria meglio di una filastrocca dell'infanzia.
    Rammento il giorno in cui l'intermediaria me l'ha consegnato. Mi tremavano le dita mentre lo allargavo. A quel tempo c'era solo una semplice ghirlanda di foglie a decorare il bordo superiore, e un unico messaggio stillava lungo la prima piega. Allora non conoscevo molti caratteri del nu shu, e così fu mia zia a leggermi le parole. « 'Ritengo che nella vostra casa viva una fanciulla di buon carattere, esperta nelle arti femminili. Lei e io siamo nate nel medesimo anno e nel medesimo giorno. Non potremmo essere la stessa l'una per l'altra?' » Guardo le volute delicate di cui si compongono quelle righe, e vedo non solo la ragazza che era un tempo Fiore di Neve, ma anche la donna che sarebbe diventata: tenace, leale, aperta.
    Sfioro con gli occhi le altre pieghe, e scorgo il nostro ottimismo, la gioia, l'ammirazione reciproca, le mutue promesse. Vedo la semplice ghirlanda diventare un elaborato intreccio di bucaneve e gigli, a simboleggiare la nostra vita insieme come una coppia di laotong, due vecchie se stesse. Contemplo la luna che ci illumina dall'angolo superiore destro. Dovevamo essere due lunghi tralci dalle radici avvinghiate le une intorno alle altre, due alberi millenari, due anatre mandarine appaiate per la vita. Su una piega, Fiore di Neve ha scritto: «Ci vogliamo bene e non recideremo mai il nostro legame». Ma su un'altra striscia vedo i malintesi, la fiducia incrinata, la porta che si è chiusa senza rimedio. Per me l'amore era talmente prezioso da non poterlo condividere con nessun altro, e questo alla fine mi ha allontanata dalla mia sola anima gemella.
    Sto ancora imparando a conoscerlo, l'amore. Credevo di averne compreso la natura: non soltanto come madre, ma anche come figlia, moglie, laotong. Ho sperimentato varianti diverse dello stesso sentimento, ispirate alla pietà, al rispetto, alla gratitudine. Eppure, contemplando il nostro ventaglio segreto e rileggendo i messaggi scambiati tra me e Fiore di Neve nel corso di tanti anni, mi rendo conto di non aver dato il giusto valore alla forma di affetto più importante: quella che scaturisce dal profondo del cuore.
    In questi ultimi tempi ho trascritto molte autobiografie di donne che non hanno mai imparato il nu shu. Ho ascoltato tristezze e lamentele, ingiustizie e tragedie. Ho compilato le cronache infelici delle meno fortunate. Ho sentito e registrato ogni vicenda. Eppure, anche se ho scoperto molto sulle storie femminili, ignoro comunque quasi tutto su quelle degli uomini; so solo che di solito riguardano la lotta di un agricoltore contro gli elementi, le vicissitudini di un soldato in battaglia o la ricerca interiore perseguita da un individuo solitario. Riconsiderando la mia vita, mi rendo conto che attinge a storie femminili e maschili. Sono una povera donna con tutte le consuete lagnanze del caso, ma dentro di me ho anche combattuto una guerra da uomini tra la mia vera natura e la persona che avrei dovuto essere.
    Scrivo queste pagine per chi si trova già nell'oltretomba. Fiore di Peonia, la moglie di mio nipote, mi ha promesso di bruciarle appena morirò, perché il mio racconto preceda il mio spirito. Perché siano le parole a spiegare la mia condotta agli antenati, a mio marito, ma soprattutto a Fiore di Neve, prima che mi ripresenti al loro cospetto.
    L'autrice
    Lisa See, nata nel 1955, giornalista per il Los Angeles Times, il Washington Post, Cosmopolitan e Publishers Weekly, ha compiuto frequenti viaggi in Cina, soprattutto per visitare i luoghi di origine della sua famiglia, della quale ha raccontato la storia in La montagna d’oro (On Gold Mountain: The One-Hundred-Year Odyssey of My Chinese-American Family). Il suo primo romanzo è stato In una rete di fiori di loto, candidato al premio Edgar. Nominata donna dell’anno per il 2001 dall’associazione delle donne americane di origine cinese, Lisa See vive a Los Angeles con il marito e i due figli.
     
     
     
    3/26/2007

    LA STORIA DEL GIOGO D'ORO di Zhang Ailing

    Dettagli del libro
    Titolo: La storia del giogo d'oro
    Autore: Zhang Ailing
    Traduttore: Lavagnino A. C.
    Editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
    Data di Pubblicazione: 2006
    ISBN: 8817012416

    ZHANG AILING (1920-1995), figura leggendaria della letteratura cinese del Novecento, ha pubblicato nel 1943 il suo libro più ammirato, La storia del giogo d’oro. Famosa fin da giovanissima, sofisticata e colta, nel 1952 ha lasciato Shanghai per gli Stati Uniti. Dopo decenni di circolazione clandestina, le sue opere sono la riscoperta letteraria più clamorosa della Cina di oggi, con milioni di copie vendute.
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    Solitaria, infelice e cattiva, la bellissima Qiqiao vive in una casa patrizia nella Shanghai opulenta e decadente di primo Novecento. Moglie, di rango socialmente inferiore, di un uomo debole e invalido, disprezzata dalle ricche parenti, innamorata senza speranza del bel cognato dalla morbida treccia mandarinale, Qiqiao riversa la propria amarezza in comportamenti crudeli, e arriva a devastare, con gelida consapevolezza, le vite dei suoi stessi figli.
    Storia di un’eroina sofferente e rabbiosa, immobilizzata dall’odio come da un giogo, il romanzo di Zhang Ailing racconta, in pagine di potente suggestione metaforica, lo scorrere di una vita costretta in stanze adorne di sete, dove lo splendore dei cieli d’oro e di giada filtra solo attraverso le finestre chiuse. E svela tutta la potenza distruttiva di una disperazione che trascolora in follia.
     
    LE PRIME PAGINE
    Shanghai, trent’anni fa, una sera di luna... Forse non siamo neppure riusciti a vederla, quella luna di trent’anni fa. I giovani di sicuro se la immaginano così, quella luna di trent’anni fa: un alone rosso-giallastro grande come una moneta di rame, la perla di una lacrima ormai sbiadita dal tempo, caduta su un foglio di carta da lettera di Duoyun Xuan. (‘Letteralmente, «Studio della nube solitaria», il nome del più noto negozio di cartoleria e di materiale per dipingere, situato nel cuore di Shanghai. )
    Nel ricordo dei vecchi quella luna di trent’anni fa era serena e più grande, rotonda e bianca della luna di adesso; però, guardando indietro, dopo questi faticosi trent’anni di strada, anche il più bel chiaro di luna non può non essere venato di una certa malinconia.
    Il raggio di luna arrivava a illuminare il bordo del poggiatesta di Fengxiao, serva della terza Padrona, la fresca sposa appena arrivata nella residenza dei Jiang. Fengxiao apri gli occhi, si guardò  intorno e si soffermò a osservare la mano, che teneva appoggiata sulla stazzonata trapunta, imbottita di seta coreana: era di un candore livido.
    «Sarà la luce della luna?» si chiese.
    Fengxiao dormiva sotto la finestra, su un pagliericcio allestito sul pavimento. In quei due anni tormentati dal cambio di dinastia, tutta la famiglia Jiang si era rifugiata a Shanghai per fuggire la guerra, e le stanze non erano più sufficienti a dare alloggio a tutti, perciò la servitù al completo dormiva arrangiandosi alla meglio nella medesima stanza.
    Le sembrò di udire un fruscio dietro il grande letto e, pensando ci fosse qualcuno che si stava alzando per andare a liberarsi, si girò e vide schiudersi un tendaggio, l’ombra di una figura e un leggero sfiorare di pantofole: doveva essere Xiao Shuang, la cameriera della seconda Padrona.
    La chiamò sottovoce:
    «Xiao Shuang, Sorella maggiore!» e questa le si avvicinò sorridente, urtando col piede le coperte per terra:
    «Ti ho svegliata».
    Teneva le mani nascoste nelle maniche di una vecchia giacca di seta color fiore di loto, che indossava sopra lucidi pantaloni verdi. Allungando la mano, Fengxiao ne tastò la stoffa e disse con un sorriso:
    «Ormai non si portano più i vestiti colorati, la moda di qui è meno vistosa».
    Anche Xiao Shuang si mise a ridere:
    «Forse tu non lo sai ancora, ma in questa casa non stiamo tanto a guardarci l’una con l’altra. La nostra Padrona anziana è molto vecchio stile:
    persino le altre Padrone e le Signorine non possono fare di testa loro, figurati noi serve! Ti metti quel che ti danno, e siamo conciate come delle contadine!»
    Con un balzo si accovacciò sul pagliericcio e, afferrata una giacchetta che stava ai piedi di Fengxiao, le chiese:
    «E la roba nuova che vi hanno fatto quando la vostra Signorina si è sposata?»
    Fengxiao scrollò la testa:
    «E nuovo solo il completo che si porta fuori; con le vesti che si mettono sotto facciamo almeno tre stagioni: sono tutte cose smesse dalla sposa, cucite e ricucite alla meglio!»
    E Xiao Shuang:
    «Certo che un matrimonio come questo, in piena rivolta del Partito della rivoluzione, deve essere stata una bella umiliazione per la tua padrona»
    3/21/2007

    RITRATTI D'ARTISTA di Susan Vreeland

    Susan Vreeland ci conduce, nelle pagine di questo libro, al cospetto della vita, dei sentimenti, delle passioni e delle ossessioni di coloro che, per tutta l'esistenza o soltanto per un solo fugace momento, hanno vissuto accanto ad alcuni grandi geni della storia dell'arte. Mogli, amanti, nutrici, figli, vicini di casa, persone comuni che non si rintracciano nei libri di storia dell'arte, ma senza le quali non vi sarebbero probabilmente interi capitoli di tale storia.
    Ecco allora Jérome che, nel 1876, trascorre la sua esistenza a sottrarre numeri e a cercare di indovinare l'andamento della 'Bourse' nella banca parigina in cui lavora, senza scorgere altro che pareti grigie, scrivanie grigie, capelli grigi. Un giorno di giugno, però, l'insensatezza della sua vita è sospesa per un attimo. A casa della sorella, Jérome si imbatte in un uomo di circa trent'anni come lui, magro e vestito in modo semplice, con un paio di pantaloni marroni ordinari e una striscia di barba che gli incornicia il viso. Si chiama Auguste Renoir, è un celebre pittore e vuole rendere immortale la piccola Mimì, sua figlia, ritraendola nella cornice piena di vita di un rigoglioso giardino.
    Ecco Alice Hoschedé che, nella casa in cui Camille Monet è appena spirata di tubercolosi, viene dapprima condotta da Claude Monet davanti al ritratto agghiacciante della moglie morente, colto nel momento in cui la sofferenza ha appena allentato la morsa, e poi invitata a dormire con lui nella stanza che è stata della malata.
    Ecco, infine, Suzanne Manet che, morto suo marito Édouard di sifilide, ribattezza capolavori quali "La colazione sull'erba", "La cantante di strada", "La stazione Saint-Lazare", "Il ritratto di Méry Laurent nelle vesti di Autunno" con perfidi titoli che alludono palesemente alle numerose amanti di Manet: "Il famigerato debutto di Victorine", "Victorine al lavoro", "Victorine abbandonata alla Gare Saint-Lazare", "La cortigiana di mezza Parigi"...
    Scritto con una maestria degna di un pittore, "Ritratti d'artista" mostra la carne e il sangue, le passioni concrete che si celano dietro le grandi opere, offrendo al lettore "una raccolta di racconti meravigliosa e sorprendente, traboccante d'arte e di straordinaria bellezza". (Harriett Scott Chessman)

    La narrazione è divisa in tre parti ed è composta, nella prima parte, da brevi racconti che fotografano un determinato momento di vita di artisti vari visti attraverso gli occhi e le sensazioni di chi, sia per un momento, sia per una vita, ha diviso le loro esperienze di pittori. Quindi ecco la vita di Monet vista attraverso gli occhi e le esperienze di chi fu la sua seconda compagna, e ancora, la pittura di Manet vista da una moglie divenuta da poco vedova e che ribattezza tutte le sue opere più importanti con titoli più "consoni" ai soggetti dei vari quadri del defunto marito, che ad onor di cronaca, morì di sifilide...
    C'è poi, dopo un breve intermezzo (che secondo la mia modesta opinione avrebbe  potuto o meglio dovuto non esserci, mi dà l'impressione che sia lì per caso...senza utilità alcuna) l'ultima parte che racconta come gli spettatori vivono e vedono le opere d'arte, quindi emozioni suscitate dai grandi dipinti quando ci si trova davanti a simili capolavori. E qui torna la bravura della Vreeland nel descrivere emozioni e sensazioni.

    Sono stata molto indecisa sulla scelta del brano da postare, essendo un libro  a episodi, poi la scelta è caduta su l tormento della figlia di amedeo Modigliani.

     IN ASSENZA DI RICORDI,

    «Pensiamo che quest’ultimo sia il ritratto della madre di Giovanna, Jeanne Hébuterne» disse zia Margherita
    «Pensiamo. Pensiamo. Non lo sappiamo nemmeno con certezza»
    «Adesso basta, Giovanna!» La voce della zia la aggrdì come una serpe.
    «Sono certa che nella vita di tuo padre ci siamolto di cui  andare fieri, Giovanna». La signora Leonelli lanciò allanonna uno sguardo furtivo. «Sono sicura che quando avrai il permesso di guardare nella cassapanca, scoprirai cose bellissime su di lui».
    La signora Leonelli le stava così vicina che poteva sentire l’odore della camicetta bianca inamidata.
    «Ci vediamo lunedì a scuola. Se impari a non reagire i  sarcasmi cesseranno» Rivolse un cenno con la testa alla nonna, come a dire: vedete che problema state creando?
    Zia Margherita l’accompagnò all’ingresso e poi si girò imbronciata. «Come osi disonorare la famiglia in questo modo? Non andando a scuola».
    «Merito di vedere che cosa c’è nella cassapanca».
    «Vai in camera tua».
    Giovanna salì le scale con passo pesante, si gettò sul letto e pianse. Alla fine sentì la nonna e la zia che litigavano sottovoce al piano di sotto, ma non riuscì a decifrare le parole.
    Individuò una macchia sulla parete accanto al letto. Ia sua stanza una volta era stata di suo padre. La nonna le aveva detto che da ragazzo disegnava sulle pareti con il gesso Certe volte Giovanna cercava di immaginarsi le figure dalle macchie. Immaginò che quella fosse una ragazza, forse Margherita, al porto con i battelli a vapore. Quei disegni avevano rivelato alla nonna che suo padre aveva talento e così lo aveva mandato alla scuola d’arte.
    Finalmente gli scalini scricchiolarono uno dopo l’altro; il rumore si avvicinava sempre più, ma con tale lentezza che Giovanna non riusci a trattenere il respiro tanto a lungo.
    Strinse il lenzuolo tra le mani. La nonna non saliva più al piano di sopra. Sul pavimento e sui copriletto si allungò una lama di luce gialla e poi, inquadrata dalla porta, commparve la testa della nonna.
    «Sei sveglia?» «Sì».
    «Voglio farti vedere una cosa».
    «Avresti dovuto mostrarmela prima». Si voltò verso la macchia sulla parete e sentì la nonna trascinare la sedia di legno sul pavimento e sedersi con un sospiro.
    «Mi dispiace di non averlo fatto. Vuoi dare un’occhiata adesso? È una lettera di un amico di tuo padre».
    Giovanna si rigirò. La nonna era ansante.
    «Te la leggo». La nonna teneva la lettera nella lama di luce e attese che il respiro si facesse di nuovo regolare.
    Oggi Amedeo, il mio amico tanto caro, riposa nel cimitero di Père-Lachaise, coperto di fiori, secondo i vostri e i nostri desideri. È stato un funerale commovente e trionfante per lui che era il nostro caro amico e il pittore di maggior talento del nostro tempo. Era un figlio delle stelle, per il quale la realtà non esisteva. Tre settimane prima di morire Modì — come se sentisse arrivare la morte — si è alzato alle sette di mattina, cosa molto inusuale per lui, ed è andato a trovare sua figlia. È tornato molto felice.
    Con devozione
    Léopold Zborowski
    Le bruciavano gli occhi. «Perché non ero con lui?»
    «Stavi in campagna, a balia».
    Questo voleva dire che sua madre non l’aveva voluta? Si infilò in bocca un angolo del lenzuolo e lo morse.
    «Perché lui non piace a zia Margherita?»
    «Le ha causato tanti problemi. Ha dovuto sempre dargliela vinta. Temo di aver prestato a Dedo più attenzione di quanto abbia fatto con lei».

    3/11/2007

    LA MASAI BIANCA di Corinne Hofmann

    Corinne è una giovane donna svizzera con una famiglia, una boutique avviata, dei progetti e un fidanzato. Durante una vacanza con lui in Kenya, Corinne incrocia per la prima volta lo sguardo di Lketinga, un guerriero Masai, analfabeta, dedito alla pastorizia, tradizionalista, vestito di un solo panno e armato di lancia, con le perline intrecciate tra i capelli e il volto bellissimo e incantatore.. Questo incontro cambierà la sua vita per sempre. I due non hanno nulla in comune, si capiscono a stento, lei non parla nemmeno inglese. Eppure senza esitare, Corinne abbandona tutto e si trasferisce in quella che per quattro anni sarà la sua nuova patria. Lascia il suo fidanzato, la sua casa, la sua vita agiata, i suoi soldi, la sua famiglia, per inseguire il suo amore, per vivere in una capanna di sterco di vacca, senza acqua, senza cibo, senza letto, alla mercé delle malattie che si prende, come la malaria, la scabbia, l’epatite, si scontra con una cultura per lei assurda, i matrimoni combinati, la poligamia, le mutilazioni genitali, la sottomissione della donna, la totale mancanza di igiene, l’analfabetismo, la lentissima burocrazia. Ma accetta tutto pur di stare vicina all’uomo di cui si è innamorata a prima vista senza nemmeno averci parlato. Ma neppure l’amore e la nascita di una figlia, Napirai, riescono a superare l’enorme diversità  fra le due culture, e dopo quattro anni di avventure Corinne capisce di aver perso la sua battaglia, si arrende e torna alla sua vita, alla sua civiltà, con la piccola figlia.
     
    DAL LIBRO
    Trascorriamo i miei ultimi giorni in Kenya in modo più tranquillo. A volte andiamo all’albergo, alla spiaggia o passiamo la giornata nel villaggio con varia gente, bevendo tè e cucinando. Quando arriva l’ultimo giorno sono triste, ma cerco di non perdere la testa. Anche Lketinga è nervoso. In tanti mi portano qualche regalino, per lo più ornamenti masai. I braccialetti mi arrivano fin quasi ai gomiti.
    Lketinga mi lava ancora una volta i capelli, mi dà una mano a fare i bagagli, e in continuazione mi chiede: «Corinne, really you will come back to me?». Ovviamente non ha fiducia che io ritorni. Dice che molte bianche lo promettono e poi non lo fanno oppure quando tornano si prendono un uomo diverso. «Lketinga, non voglio un altro, only you!» affermo e ribadisco. Scriverò molto, manderò delle foto e gli darò notizie quando avrò sbrigato tutto. Tuttavia devo trovare qualcuno che compri il negozio e qualcuno che si prenda il mio appartamento con tutto l’arredamento.
    Nel caso in cui ottenga il passaporto, mi dovrà comunicare il suo arrivo tramite Priscilla. Gli dico: «Se qualcosa va storto oppure decidi di non venire in Svizzera me lo puoi dire tranquillamente». Aggiungo che mi serviranno circa tre mesi per mettere a posto tutto. Mi chiede quanto durano tre mesi: «How many full moons?». «Tre volte la luna piena» gli rispondo ridendo.
    Passiamo insieme ogni minuto dell’ultimo giorno e decidiamo di stare fino alle quattro del mattino nel BushBaby-Bar per non addormentarci e sfruttare tutto il tempo che ci rimane. Parliamo e gesticoliamo per tutta la notte, ma la stessa domanda torna sempre, se tornerò veramente. Lo prometto per la ventesima volta e mi accorgo di quanto anche lui sia agitato.
    Mezz’ora prima della partenza arriviamo in albergo in compagnia di altri due masai. I bianchi assonnati in attesa ci guardano infastiditi. Con il mio borsone da viaggio e i tre  masai adornati e con i rungu credo di dare uno spettacolo insolito. È l’ora di andare. Lketinga e io ci abbracciamo ancora una volta e lui dice: «No problem, Corinne! I wait bere or I come to you!». Poi, stento a crederlo, mi dà un bacio sulla bocca. Sono commossa, salgo e faccio un cenno di saluto ai tre che restano indietro al buio.
    Tornata in Svizzera incomincio subito a cercare un acquirente per il negozio. Molti mostrano interesse, ma pochi sono adatti, e quei pochi non hanno denàro. Naturalmente cerco di ricavare più che posso perché non so ancora quando potrò contare su altri guadagni. Con dieci franchi in Kenya posso vivere più di due giorni. Così sto diventando piuttosto parsimoniosa e metto da parte ogni franco per il mio futuro in Africa.
    Un mese passa presto e di Lketinga non ho ancora notizie. Ho già mandato tre lettere. Sono impaziente e quindi scrivo anche a Priscilla. Due settimane più tardi ricevo una sua lettera che mi confonde. Mi dice che da quindici giorni dopo la mia partenza non ha più avuto notizie di Lketinga, il quale probabilmente si trova di nuovo sulla costa settentrionale, e che la faccenda del suo passaporto non procede. Alla fine mi consiglia di restare in Svizzera. Sono perplessa e scrivo subito un’altra lettera alla casella postale della costa settentrionale dove avevo già indirizzato le mie prime lettere a Lketinga.
    Dopo quasi due mesi una mia amica si decide a comprare il negozio per il primo di ottobre. Sono felicissima che il problema più difficile sia finalmente risolto. Quindi teoricamente posso partire in ottobre, ma purtroppo di Lketinga non so ancora niente. Penso che non potrà più venire in Svizzera perché fra poco sarò io a Mombasa e credo fermamente nel nostro grande amore. Da Priscilla ricevo ancora due lettere confuse, ma munita di fede incrollabile vado all’agenzia di viaggi e prenoto un volo per Mombasa il cinque di ottobre.
    Mi restano ancora due settimane buone per disfarmi dell’appartamento e della macchina. L’appartamento non è un problema, vendo tutto con l’arredamento a un prezzo ridicolo a un giovane studente. Così almeno posso restarci fino  all’ultimo minuto.
     
    3/4/2007

    GUANCIALE D'ERBA di NATSUME SOSEKI

    L'autore
    Natsume Soseki (1867-1916) viene unanimemente considerato come il più grande scrittore del Giappone moderno.
    "Guanciale d'erba" narra di un giovane artista, pittore e poeta, che si avventura per un ameno sentiero di montagna di un piccolo villaggio giapponese.
    Lungo il cammino, in un'atmosfera incantata, incontra viandanti solitari, contadini, paesani, nobili a cavallo e ogni specie d'umanità, finché, sorpreso dalla pioggia, si rifugia in una piccola casa da tè tra i monti.
    Qui, dalla dolce voce della vecchia tenutaria, apprende la storia della fanciulla di Nakoi, che ebbe la sfortuna di essere desiderata da due uomini e andare in sposa a quello che lei non amava.
    Il giorno in cui partì, il suo cavallo si arrestò sotto il ciliegio davanti alla casa da tè, e dei fiori caddero qua e là, come macchie sul suo candido vestito…
    Come un viandante qualsiasi, col suo guanciale d'erba (insieme, il cuscino di chi va per il mondo e una grande metafora del viaggio di ogni uomo alla ricerca di se stesso), l'artista raccoglie questa e altre meravigliose storie lungo il suo peregrinare, semplicemente per ubbidire al suo modesto e sublime compito: "rasserenare il mondo e arricchire il cuore degli uomini".
    DAL LIBRO
    Salivo per un sentiero di montagna e riflettevo.
    Se si usa la ragione il carattere s'inasprisce, se si immergono i remi nel sentimento si è travolti. Se s'impone il proprio volere ci si sente a disagio. È comunque difficile vivere nel mondo degli uomini.
    Quando il malessere di abitarvi s'aggrava, si desidera traslocare in un luogo in cui la vita sia più facile. Quando s'intuisce che abitare è arduo, ovunque ci si trasferisca, inizia la poesia, nasce la pittura.
    Non è stato un Dio, e neppure un Dèmone, a creare il mondo degli uomini. Ma solamente degli esseri umani, proprio come i nostri indaffarati vicini di casa, i nostri dirimpettai. Vivere in questo mondo creato da semplici uomini può essere sgradevole, ma dove emigrare? Dovremmo avventurarci in un luogo non umano, ammesso esista. Ma un tale luogo sarebbe ancora più inabitabile del mondo umano.
    Poiché è difficile vivere in un mondo da cui non si può evadere, si deve tentare di renderlo più accogliente così da poterci abitare meglio, sia pure per il breve tempo concesso all'effimera vita umana. Qui nasce la vocazione del poeta, qui il Cielo assegna al pittore la sua missione. Gli artisti sono preziosi, perché rasserenano questo mondo e arricchiscono il cuore degli uomini.
    È la poesia, è la pittura a svellere da questo mondo le preoccupazioni che gravano sulla nostra vita, a proiettare davanti ai nostri occhi un mondo gradito. O anche la musica e la scultura. Anzi, più precisamente, non v'è neppure necessità di proiettarlo. Basta concepirne l'immagine perché nasca la poesia, scaturiscano i versi. Anche senza fermare sulla carta l'ispirazione percepiamo in fondo all'anima il tintinnio cristallino delle sue gemme. Anche senza spalmare sul cavalletto il rosso e l'azzurro, lo splendore dei colori appare spontaneamente agli occhi della nostra anima. Basta riuscire a vedere così il mondo in cui viviamo, questo impuro e volgare mondo terrestre, e a riprodurlo limpido e sereno nella macchina fotografica della nostra mente. Perciò anche un poeta muto che non ha mai scritto un verso, un pittore senza colori che non ha mai dipinto neppure un piccolo ritaglio di seta, per come riescono a vedere il mondo, a liberarsi dalle sue passioni, a entrare e a uscire in quell'universo di purezza, a costruire l'armonia dei due poli - che non sono né identici né diversi -, a spezzare i legami dell'egoismo e della cupidigia, sono più felici del figlio di un uomo ricchissimo, di un sovrano, di tutti coloro che in questo mondo sono considerati i prediletti dalla sorte.

    L'ombra del bambù
    spazza la scala
    ma immobile rimane la polvere.
     
    Il tempo dei fiori
    ha varcato timidamente
    la sposa a cavallo.
     
    Alla rugiada, scesa
    sui fiori di miscanthus
    quando si annuncia l'autunno
    assomiglio
    io, che devo svanire.
     
     
    GUANCIALE D'ERBA di NATSUME SOSEKI
    Traduzione di Lydia Origlia
    Edizioni Neri Pozza
    ISBN 88-545-0045-3
    2/27/2007

    MADRE DEL RISO di Rani Manicka

    LA TRAMA
    Lakshmi trascorre l'infanzia  libera e spensierata nell'intatta natura dell'isola di Ceylon. Niente e nessuno l'ha preparata a un cambiamento per lei incomprensibile: sposare - a soli quattordici anni - un uomo molto più vecchio e trasferirsi in una terra - la Malaysia - davvero troppo lontana..  Lakshmi  si trova così a dover costruire un mondo da sola, senza l'appoggio del marito, con tutte le  difficoltà di una madre costretta a guadagnarsi, giorno per giorno, una dignitosa sopravvivenza. La durezza e la passione di quegli anni creano una figura indimenticabile di donna è lei la Madre del Riso, forte e magica, complessa e misteriosa, moderna ma legata a tradizioni millenarie. Le sue vicende familiari percorrono tutto il Novecento fino a costruire un affresco incredibilmente ricco, in cui si intrecciano l'amore assoluto, l'ansia di vendetta, la paura e il riscatto sullo sfondo dell'occupazione giappponese della Malaysia.
    DAL LIBRO
    Ho sentito parlare per la prima volta degli stupefacenti raccoglitori di nidi di un lontano paese chiamato Malesia sulle ginocchia di mio zio, il commerciante di mango. Senza torce si inerpicano coraggiosamente su altissimi pali oscillanti di bambù per arrivare al tetto di grotte scavate nella montagna. Vegliati dai fantasmi degli uomini che sono morti precipitando a terra, tendono la mano da quei loro incerti trespoli per prendere una prelibatezza cara ai ricchi: un nido fatto con saliva di uccello. Nell’oscurità non devono mai venir pronunciate parole come paura, caduta o sangue, perché riecheggiano e tentano gli spiriti malvagi. I soli amici dei raccoglitori di nidi sono i pali di bambù che sostengono il loro peso. Prima di iniziare ad arrampicarsi, gli uomini battono lievemente sul bambù, e se il bambù sospira tristemente lo abbandonano subito. Soltanto quando il bambù canta i raccoglitori di nidi osano iniziare la ricerca.
    Mio zio diceva che il mio cuore è il mio bambù, e che se lo tratto con gentilezza e mi metto in ascolto del suo canto, allora otterrò il nido più alto e più grande.
    Lakshmi
     Quando ero molto giovane riposavo tranquilla in grembo a mia madre e la ascoltavo parlare di tempi più felici. Vedi, mia madre discendeva da una famiglia così ricca e influente che nel momento di maggior splendore la sua nonna inglese, la signora Armstrong, era stata scelta per offrire un mazzo di fiori e stringere la mano guantata della regina Vittoria in persona. Mia madre era nata quasi sorda, ma suo padre le appoggiò le labbra alla fronte e le parlò senza stancarsi fino a che lei imparò a parlare. All’età di sedici anni era bella come una fanciulla di nuvole. Da tutte le parti giungevano domande di matrimonio alla bella casa di Colombo, ma lei, ahimè, si innamorò del profumo del pericolo. I suoi lunghi occhi si posarono su un affascinante mascalzone.
    Una notte scese dalla finestra proprio lungo il tronco dell’albero su cui suo padre aveva fatto arrampicare uno spinoso cespuglio di buganvillea quando lei aveva soltanto un anno per scoraggiare qualsiasi uomo dall’idea di dare la scalata all’albero e arrivare alla finestra di sua figlia. Quasi che quei casti pensieri lo avessero nutrito, il cespuglio era cresciuto fino a che tutto l’albero, radioso di fiori di fuoco, era diventato un punto di riferimento visibile per chilometri. Ma il nonno aveva fatto i conti senza la risolutezza di sua figlia.
    In quella notte di luna spine simili a zanne le strapparono le vesti pesanti, i capelli, e le si piantarono profonde nella carne, ma lei non poteva fermarsi. Ai suoi piedi c’era l’uomo che amava. Quando infine gli fu di fronte, non aveva un solo centimetro di pelle che non bruciasse come fosse infuocato. Silenziosamente l’ombra dell’uomo la condusse via ma a ogni passo era come le venissero infissi coltelli nei piedi e, in preda a un dolore terribile, lei pregò di potersi riposare. L’ombra muta la sollevò e la portò. Sicura nel caldo cerchio delle sue braccia lei si volse a guardare la casa, maestosa contro il vivido cielo notturno, e vide le sue orme insanguinate che si allontanavano dall’albero. Le tracce del suo tradimento. Allora pianse, sapendo che avrebbero ferito soprattutto il cuore del suo povero padre.
    Gli innamorati si sposarono all’alba nel piccolo tempio di un altro villaggio. Per l’aspra lite che seguì, lo sposo, mio padre, che era il figlio ribelle e vendicativo di un servo di mio nonno, proibì a mia madre di vedere qualsiasi membro della sua famiglia. Soltanto quando mio padre era ormai cenere get tata al vento, lei ritornò alla casa paterna, ma a quel punto sua madre era una vedova ingrigita dal dolore.
    Dopo aver emesso la sua spietata sentenza mio padre portò mia madre nel nostro piccolo e sperduto villaggio molto lontano da Colombo. Vendette alcuni gioielli di lei, acquistò un po’ di terra, costruì una casa e vi sistemò mia madre. Ma l’aria di campagna e la vita coniugale non soddisfacevano lo sposo, che presto si allontanò. Sedotto dalle luci delle città. Attratto dalle delizie dell’alcol a buon mercato servito da prostitute vistosamente truccate e ubriacato dall’odore che emana da un mazzo di carte. Dopo ogni assenza tornava e offriva alla moglie tutta una serie di palesi bugie profumate di alcol. Per misteriosi motivi pensava che a lei piacessero. Povera mamma, tutto quello che le era rimasto erano i suoi ricordi e me. Oggetti preziosi che tirava fuori ogni sera. Prima lavava il nero del tempo con le proprie lacrime poi li lucidava con il panno del rimpianto.
    E infine, quando avevano ritrovato il loro meraviglioso splendore, li allineava uno a uno davanti a me perchè potessi ammirarli prima di riporli con cura nell'astuccio dorato della sua mente.
    2/25/2007

    LA PROMESSA DELL'ALBA di ROMAN GARY

    Romain Gary ha dedicato un libro intero, questo libro: La promessa dell’alba, una delle sue opere più intense, più belle e più riuscite, alla madre per onorare i sogni, le speranze e i sacrifici dei nostri genitori?
    Era bambino, Gary, all’alba appunto della sua vita, quando promise per la prima volta a sua madre di tornare un giorno a casa dopo aver strappato vittoriosamente il possesso di questo mondo ai potenti e ai malvagi. Prima di Biancaneve, prima del Gatto con gli Stivali, prima dei Sette Nani e della Fata Carabosse, sua madre, infatti, gli sussurrò i nomi della vasta schiera di nemici coontro cui un uomo degno di questo nome deve battersi.
    C’è prima di tutti Tatoche, il dio della stupidità, col sedere rosso da scimmia e la testa da intellettuale. Nel 1940 era il cocco e il teorico dei tedeschi, dopo si è appollaiato sulle spalle dei nostri scienziati, e a ogni esplosione nucleare la sua ombra si fa un po’ più alta sopra la terra.
    C’è Merzavka, il dio delle certezze assolute, una specie di cosacco ritto sopra cumuli di cadaveri; ogni volta che uccide, tortura e opprime in nome delle sue verità religiose, politiche o morali, la metà del genere umano gli lecca le scarpe con commozione.
    C’è Filoche, il dio della meschinità, dei pregiudizi, del disprezzo, dell’odio che, affacciato alla guardiola della portineria, all’ingresso del mondo abitato, grida: «Sporco americano, sporco arabo, sporco ebreo, sporco russo, sporco cinese, sporco negro». E vi sono numerosi altri dei, più misteriosi e più loschi, più insidiosi e nascosti, difficili da identificare…
    Questo libro è definito  «uno dei più straordinari tributi mai scritti da un uomo a sua madre», e ci restituisce l’affascinante vita di chi, come Romain Gary, è cresciuto aspettando il giorno in cui avrebbe potuto scostare con la mano il velo che oscura l’universo e ci mostra come il sogno di restituire la terra a coloro che la riempiono del loro coraggio e del loro amore possa generare grande letteratura.
     
     
    L'AUTORE
     

    Romain Gary (pseudonimo di Romain Kacev) nacque nel 1914 in Lituania, figlio naturale di un’attrice, ebrea russa fuggita dalla rivoluzione, e di Ivan Mosjoukine, la più celebre vedette, insieme a Rodolfo Valentino, del cinema muto. A trent’anni, Gary è un eroe di guerra (gli viene conferita la Legion d’honneur), scrive un romanzo, Education européenne, che Sartre giudica il miglior testo sulla resistenza, gli si aprono le porte della diplomazia. Nel 1956, vince il Goncourt con Les racines du ciel. Nel 1960 pubblica uno dei suoi capolavori La promesse de l’aube. Nel ’62 sposa Jean Seberg, l’attrice americana di Bonjour tristesse. Nel 1975 pubblica, con lo pseudonimo di Emile Ajar (identificato all’inizio come Paul Pavlovitch, nipote reale di Romain Gary), La vita davanti a sé che, nello stesso anno, vince il Prix Goncourt. Il pomeriggio del 3 dicembre 1980, Gary si uccide, nella sua casa di place Vendôme a Parigi con un colpo di pistola alla testa.

    1/21/2007

    HAIKU,TANKA,NAGA-UTA

    L'HAIKU è un breve componimento poetico di soli tre versi diffusosi in Giappone dal XVI secolo in poi. La sua struttura è molto semplice: è formato da diciassette sillabe, suddivise nella catena 5-7-5;  richiede dunque una grande sintesi di pensiero e d' immagine. L'abilità dell' haijin (il poeta) sta dunque nell'esprimere le emozioni in pochi versi.

     
    Sotto la sferza
    della pioggia d'aprile
    geme il ciliegio.
     
    L'haiku deriva dal Tanka, componimento poetico di 31 sillabe che risale già al IV secolo. Il Tanka è formato da 5 versi con una quantità precisa di sillabe per ogni verso: 5-7-5-7-7. Eliminando gli ultimi due versi si è formato l'Haiku. 
     
    Sgorga e zampilla,
    muta, verde fontana,
    l'edera annosa
    dalla crepe annerite
    d'un muro sbrecciato.
     
     
    Infine il NAGA-HUTA,  formato da 7 versi,  5-7-5-7-5-7- .
    È la composizione che viene poi musicata, dando orgine a brani suonati poi su strumenti vari, soprattutto dello SHAMISEN, diventato poi uno degli strumenti più rappresentativi della musica tradizionale giapponese.
     
    La lunga leggenda dell'ulivo, che non volle diventare legno per la croce di Gesù, si potrebbe riassumere in un Naga-uta, salvo restando che sarebbe impossibile per la cultura giapponese tradurlo in musica.. :-)
     
    Seppe l'ulivo
    quel che tramava l'uomo:
    tentò la fuga
    si svelse, si contorse,
    spaccò il suo tronco
    si torturò finquando
    fu inabile alla croce.
     
     
     
    12/2/2006

    IL CACCIATORE DI AQUILONI di KALED HOSSEINI

    La storia dell'Afghanistan degli ultimi decenni è una storia terribile, fosca e tragica, un puzzle d'orrori composto con le tessere di vite spezzate, di esistenze straziate ed umiliate, di infanzie rubate. Il cacciatore di aquiloni (edito Piemme), narrando le vicende di due bimbi, Hassan e Amir, per creare un affresco che rappresenti tutte le vicissitudini che hanno messo in ginocchio quel paese - dall'occupazione russa alla piaga talebana, dai bombardamenti americani alla presa del potere da parte del governo fantoccio dell'Alleanza del Nord - parte da una metafora splendida: c'è stato un tempo in cui nei cieli di Kabul volavano gli aquiloni (sport nazionale afghano), le cui eleganti evoluzioni rappresentavano la libertà del paese. Poi gli aquiloni non volarono più: era iniziata la tremenda odissea del popolo afghano. Amir, figlio del ricco commerciante Baba, vive col padre in una grande, lussuosa villa con giardino; la madre - con grande sconforto del padre - morì nel mettere alla luce il bimbo, cosa che Baba non ha mai effettivamente perdonato al figlio. A far loro compagnia Alì, servitore di Baba da sempre, ed il figlio Hassan, inseparabile ed adorante compagno di Amir: i due, oltre a trascorrere insieme le spensierate giornate dell'infanzia, formano una formidabile coppia nei tornei cittadini di combattimenti tra aquiloni. Il ricco Amir è il "pilota", Hassan il suo "secondo": difficile che il filo svolto dal rocchetto degli avversari riesca a rimanere integro quando si scontrano con questo formidabile duo. In più Hassan, col suo viso da bambola ed il labbro leporino, è il più forte cacciatore di aquiloni di Kabul: quando un filo viene reciso in combattimento e l'aquilone vaga in cielo in preda al vento, lui saprà sempre dove andrà a cadere, facendone una preda di guerra per Amir. Ma l'armonia tra i due ragazzini si spezza quando qualcosa di terribile accade ad Hassan per colpa di Amir: l'atteggiamento di quest'ultimo nei confronti dell'amico muterà, dettato da un'ostilità figlia del rimorso covato nell'ombra della propria coscienza, in un perverso gioco di specchi. L'arrivo dei russi a Kabul porterà alla separazione delle due mezze famiglie: Amir e Baba fuggiranno in America, Alì ed Hassan resteranno chissà dove in Afghanistan. Dopo venticinque anni Amir ha realizzato il suo sogno - sempre guardato con scetticismo dal pragmatico e concreto Baba - di diventare scrittore, si è sposato, ha una buona vita nella sua casa di San Francisco. Ma a sollevare le nebbie faticosamente accumulate su un passato scomodo ci pensa una telefonata dall'Afghanistan, che non gli lascia scelta: in barba alla viltà di cui si è accusato per tutta la vita parte alla volta di Kabul, alla ricerca di Sohrab, il figlio di Hassan reso orfano dalla crudeltà dei Talebani. Ma ad attenderlo a Kabul non ci sono solo i fantasmi del passato: quello che trent'anni prima era il suo paese ora è una landa desolata in cui vagano donne invisibili, dove i marciapiedi sono carichi di relitti umani ammassati gli uni sugli altri, dove avere un padre od un fratello maggiore è un lusso dopo gli stermini talebani, dove gli occhi della gente restano incollati al selciato per timore di incrociare fatalmente lo sguardo sbagliato, dove gli aquiloni non volano più...
     

    DAL LIBRO
     
    Guardai verso oriente e mi sorpresi a pensare che, al di là di quelle montagne, Kabul esisteva veramente e non era solo un mio antico ricordo. Oltre quelle montagne dormiva la città dove avevo lanciato gli aquiloni con il mio fratellastro dal labbro leporino. Al di là di quelle montagne l’uomo con gli occhi bendati che avevo visto in sogno era morto di una morte insensata. Un tempo, laggiù avevo fatto una scelta. E ora, dopo un quarto di secolo, quella scelta mi aveva riportato qui, nella mia terra.”

    Dicembre 2001
    Sono diventato la persona che sono all’età di dodici anni, in una gelida giornata invernale del 1975. Ricordo il momento preciso: ero accosciato dietro un muro di argilla mezzo diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo lungo il torrente ghiacciato. È stato tanto tempo fa. Ma non è vero, come dicono molti, che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente. Sono ventisei anni che sbircio di nascosto in quel vicolo deserto. Oggi me ne rendo conto.
    Nell’estate del 2001 mi telefonò dal Pakistan il mio amico Rahim Khan. Mi chiese di andarlo a trovare. In piedi in cucina, il ricevitore incollato all’orecchio, sapevo che in linea non c’era solo Rahim Khan. C’era anche il mio passato di peccati non espiati. Dopo la telefonata andai a fare una passeggiata intorno al lago Spreckels. Il sole scintillava sull’acqua dove dozzine di barche in miniatura navigavano sospinte da una brezza frizzante. In cielo due aquiloni rossi con lunghe code azzurre volavano sopra i mulini a vento, fianco a fianco, come occhi che osservassero dall’alto San Francisco, la mia città d’adozione. Improvvisamente sentii la voce di Hassan che mi sussurrava: Per te qualsiasi cosa. Hassan, il cacciatore di aquiloni.
     
     
    Khaled Hosseini. Figlio di un diplomatico, è nato a Kabul, in Afghanistan. La sua famiglia ha ottenuto l’asilo politico negli Stati Uniti nel 1980. Vive nel nord della California e fa il medico.